La prognosi della malattia e del malato nelle sue espressioni acute e croniche
Una analisi secondo il paradigma della medicina convenzionale e di quella omeopatica
La prognosi in medicina è uno strumento di riferimento importante, in quanto il medico può formulare aprioristicamente quale potrebbe essere la previsione delle implicazioni fisiopatologiche di quella malattia (disease) e delle aspettative per il malato (illness), in base alla diagnosi e terapia, in quel soggetto storico.
In realtà nella clinica del malato, soggetto storico, la prognosi non è lineare e in rapporto biunivoco con la diagnosi di malattia per cui, nella metodologia convenzionale e omeopatica, i paradigmi messi in campo disallineano i punti di vista di partenza che, pur parlando l’uno di malattia e l’altro di malato portatore, nella realtà, il soggetto e il complemento oggetto non vengono individuati alla stessa maniera; per cui la malattia, da soggetto della visione convenzionale o allopatica, diviene oggetto nella dimensione epistemologica omeopatica.
In quanto, per l’omeopatia nella sua dimensione neo-ippocratica, la malattia rappresenta esclusivamente e subordinatamente un risultato intrinseco alla recettività vitalistica del soggetto portatore…
…soggetto in cui risiede ogni causa predisponente di malattia.
La prima visione, quella convenzionale, vede al centro la malattia generalizzando statisticamente la dinamica patogenetica sull’individuo come osservato e raccolto in precedenza nei libri di patologia; ovvero è la malattia stessa (disease) nella sua formulazione statistica (nosografica e nosologica) a includere una sua prognosi come se tutti i portatori della stessa fossero allo stesso modo recettivi[1].
La seconda visione, quella dell’omeopatia, vede al centro il cittadino portatore della malattia, il malato, nella sua realtà di soggetto storico unico e quindi poco vincolato alla generalità statistica della malattia, ma osservato nella sua evidenza clinica; psico fisica relazionale sia in termini soggettivi, descritti dal malato e sia in quelli oggettivi valutati dal medico con gli strumenti della semeiotica classica e omeopatica; che include, come vedremo, costituzione e tendenze.
Quindi, mentre in ogni caso il medico fa comunque diagnosi di malattia classica e ne conosce la natura patogenetica storica… poi dovrà decidere se sarà più opportuno curare la malattia, riconosciuta attraverso la letteratura nosografica in termini di implicazioni e di prognosi, con una terapia che aggredisca la sua natura chimica e biochimica… oppure interessarsi alla reattività perduta del malato che ha favorito l’affermarsi della malattia!?
Facciamo un esempio utilizzando le malattie acute
È facile osservare che nelle epidemie, anche gravi, non tutti si ammalano e/o lo fanno alla propria maniera:
una sindrome influenzale (disease), con lo stesso ceppo virale del momento, può determinare in soggetti differenti, tempi, modi e sofferenze peculiari (illness), oltre, naturalmente, ad avere tutti i sintomi patognomonici come in nosografia; l’individualità poi farà emergere nelle persone malate della stessa influenza, sintomi di varia gravità difficili da prevedere su base statistica e da attribuire alla entità nosologica.
Difatti, il sistema immunitario, assieme alla nostra recettività modulata, sia per predisposizione congenita che acquisita (stress, ambiente, alimentazione…), va considerato come “il” baluardo più efficace alla infezione e alla malattia di ogni genere…
Anzi, questo concetto, malattia vs malato, va espresso con l’inversione della direzione… ovvero, non è la malattia ad aggredire il soggetto ammalandolo (così pure come germi o altro) ma la causa della malattia, al contrario, è espressione dello stato di salute del soggetto intesa come recettività.
Ecco perché, a ben vedere con attenzione, ogni quadro di malattia nosografico (disease), assume il volto caratteristico del suo portatore (illness).
In definitiva la malattia non è causa di sé stessa ma solo l’espressione della incapacità biologica, cronica o acquisita, del soggetto portatore, e si manifesta con la perdita dei suoi gradi di libertà reattivi…
… ciò avviene quando il sistema biologico diventa un terreno incapace di mantenere la sua omeostasi su tutti i piani: perdendo parte di quella capacità di equilibro verso il “non self” che caratterizza la vita, tutta, oltre che la specie uomo[2]!
Da questa osservazione emerge che il soggetto della osservazione medica, soprattutto in termini di prognosi, sta nel soggetto storico portatore, piuttosto che nella natura nosografica della malattia descritta per statistica nei libri di patologia.
Tutto ciò è tanto più vero in quanto la storiografia della malattia riporta che quanto più l’uomo ha antropizzato l’ambiente ed ha evitato le sofferenze del clima, delle carestie, delle guerre… la scoperta dei farmaci salva vita… molte malattie infettive siano regredite[3].
Il terreno biologico
Infatti, ritornando al terreno, anche le stagioni metereologiche fanno emergere sensibilità diverse in quanto l’uomo, nella sua autonomia biologica, diventa lo specchio delle proprie carenze; alcuni si ammalano maggiormente in una certa stagione manifestando la loro cronicità predisponente.
Ma è sempre e comunque la persona umana a connotare la gravità della malattia e la sua prognosi.
Per comprendere tutto ciò va evidenziato che la virulenza di un agente biologico cambia con il cambiare del terreno biologico (basti pensare agli immunodepressi o alle patologie autoimmuni).
Gli stessi saprofiti nell’orofaringe diventano virulenti al cedere delle difese (freddo, stress o altro), come avviene per un batterio saprofita intestinale come l’E. Coli che può diventare virulento e provocare un processo infiammatorio… così ancora come una parassitosi o una candidosi. Oppure una sollecitazione di qualunque tipo (fisica, chimica, biologica e/o psicologica) che può generare risposte spropositate in alcuni soggetti, mentre in altri non avviene nulla.
Risulta evidente che la centralità e il soggetto della ricerca in medicina sia l’uomo.
La malattia è solo lo specchio delle carenze congenite e/o acquisite che determinano la perdita di gradi di libertà… quindi solo il risultato.
In ultima ratio il medico è costretto ad intervenire su soggetti già malati, quando si è strutturata una sepsi o un processo infiammatorio, apparentemente a causa di germi virus, batteri, parassiti e altro… con gli “anti” biotici, parassiti, micotici etc. …
…il tutto perché la caduta delle difese, evidenti di quel malato con la malattia… ha generato già in precedenza un terreno favorevole…
Una ulteriore osservazione
Per comprendere la natura relazionale della vita come espressione del potenziale autonomo… Ippocrate diceva che la natura trova la direzione della salute senza insegnamento né ragionamento e va solo seguita nelle proprie necessità e con parsimonia (farmaci, N.d.A.)…
… Hahnemann distinse le malattie del genere umano in tre tipi.
1) Malattie acute propriamente dette.
2) Malattie acute da aggravamento dello stato cronico.
3) Malattie croniche.
1) Le malattie acute propriamente dette sono in realtà quelle da trauma, quelle accidentali, che non sono espressione di una predisposizione interna… ma sino ad un certo punto…
Una folgorazione, una ustione, l’ingestione di una sostanza tossica, una frattura traumatica, una estrazione dentaria, una insolazione, una contusione, una puntura di insetto o di pesce… innescano una reazione simile negli individui della stessa specie biologica… ma poi la guarigione dipende dalla predisposizione di quel soggetto per cui lo stato individuale, per uno stesso evento, che inizia con la medesima reazione di specie, può diversificarsi nel giro di qualche ora a causa di predisposizioni diverse e, per qualcuno, può aggravarsi fino alla morte[4].
Allora quale prognosi?
Quella del malato acuto o quella per la causa accidentale in essere!?!
2) Passiamo ora alla malattia acuta da predisposizione cronica.
Per definizione questa malattia (asma, colica biliare, rinite stagionale, cistite da stenosi uretrale, eczema atopico, cefalea vasomotoria, tonsillite acuta…) emerge in certe condizioni (stimoli) ma è già presente in termini di cronicità.
In questo caso lo stile di vita ed una attenta prevenzione in termini unitari del portatore di cronicità eviterà la fase acuta.
3) Malattie croniche propriamente dette: la conoscenza come strumento di prognosi.
La scoperta della malattia cronica nel suo reale significato di predisposizione ad ammalare e in quale maniera (malattia), rappresenta la centralità del paradigma della medicina omeopatica, che è una medicina sperimentale basata sul principio di similitudine e di analogia.
Hahnemann, osservando l’andamento delle malattie sia nell’ontogenesi del malato che nella filogenesi della storia dell’uomo, ha osservato tre modalità di ammalare!
Ma soprattutto ha osservato nei fatti, con la clinica, che le malattie di cui ci ammaliamo nel corso della esistenza, pur assumendo nomi diversi, in realtà rappresentano, nelle varie età forme diversificate della malattia iniziale che caratterizza il neonato o meglio la specie umana.
In realtà, nulla è causa di sé stesso e, alla comune osservazione del medico, una tendenza alle tonsilliti, otiti o altro che sparisce autonomamente a 12, 13 anni con la pubertà, potrebbe far pensare ad una guarigione.
Nella evidenza dei fatti, queste manifestazioni non sono sparite per guarigione, ma solo diversificate nella loro nuova espressione sopraggiunta di malattia; ovvero la malattia successiva (non traumatica) sarà la trasformazione della precedente con aumento dell’entropia, per il secondo principio della termodinamica dei sistemi aperti, e così fino alla morte.
Parliamo di malattie sempre più invalidanti per l’economia della vita, che colpiscono via via organi più vitali.
Non rappresentano teorie
Hahnemann, da coerente illuminista, non ha mai formulato teorie non dimostrate: la medicina omeopatica nasce e si sviluppa proprio su verifiche sperimentali (observatio et ratio di ippocratica memoria).
Lo stesso avviene nella costruzione scientifica della medicina convenzionale con una differenza:
1) mentre la medicina omeopatica osserva il malato nella sua complessità storica e verifica le proprietà sperimentali sull’uomo sano in modo diretto; quindi, un solo esperimento che conosce malattia e rimedio nella loro relazione terapeutica di similitudine, verificata poi nella clinica…
…la medicina convenzionale sperimenta linearmente sulla malattia verificando farmaci ab usu in morbis prodotti in laboratorio per l’azione diretta del farmaco nei confini della patologia… tralasciando quindi l’illness; dimostrando comunque una azione evidente, ma circoscritta al parametro fisiopatologico isolato.
Evidenza in medicina omeopatica
L’evidenza, in medicina omeopatica, si basa sulla osservazione (legge di Hering) della complessità del malato (nella sua patologia) dimostrando l’unità e la natura delle malattie attraverso il fatto che l’ontogenesi della malattia stessa, via via diversificata e più invalidante, ha una stessa origine cronica in ogni individuo.
Basti osservare, nella clinica omeopatica, che la guarigione di una patologia (asma, psoriasi, o altro) sopraggiunta farà riemergere nel paziente in termini di reversibilità, la precedente patologia che in valori di entropia, minore, rappresentava un livello di reattività migliore (legge di Hering)…
I rimedi omeopatici non forniscono sperimentalmente solo indicazioni di patologia ma soprattutto di modalità e di tendenza dei sintomi, direzione, indicando una vera e propria prognosi unitaria ed esistenziale di un malato attraverso la relazione con il suo rimedio analogico.
L’indicazione della terapia cronica per il medico omeopatico contiene anche, oltre alla diagnosi, la prognosi per quel paziente.
Il lettore attento avrà intuito a questo punto che, nei fatti, il medico omeopatico vedrà proprio nella patogenesi del rimedio prescritto la corretta diagnosi e prognosi di quel soggetto storico venuto alla sua attenzione.
Carlo Melodia
[1] Ricordo che una trentina di anni fa una paziente di mezza età venne a visita per una sintomatologia polmonare caratterizzata da tosse con dolori costrittivi all’emitorace sinistro e con ipotesi di un ascesso polmonare. In realtà avevo già visto in precedenza una sintomatologia così caratterizzata, questa volta con esordio destro, dove tosse con dolore afebbrile non cedevano mai, giorno e notte, e il dolore non le consentiva di stare a letto. Questa paziente (all’oscuro della diagnosi che avevano riferito al marito) veniva seguita da una equipe di un ospedale napoletano con diagnosi di mesotelioma pleurico ed era sottoposta con poco successo alle cure palliative del caso mirate essenzialmente al dolore. Il marito della signora si era allora rivolto a me proprio per intervenire sul dolore che resisteva ad ogni trattamento in essere e che costringeva la moglie alla quasi immobilità tutto il giorno! Dopo questa mia esperienza, precedente, scaturì il dubbio diagnostico per la nuova paziente e alla signora con tosse e dolore continui prescrissi indagini approfondite per l’epoca, oltre 30 anni fa. In particolare, una TAC che sospettò proprio un mesotelioma pleurico ed osservò la presenza di una linfoadenopatia mediastinica. Siccome i familiari avrebbero voluto che io trattassi il caso, almeno in termini sintomatologici, decisi di rivolgermi ad un valente chirurgo, direttore di cattedra, del secondo Policlinico di Napoli con il quale avevo avuto una esperienza positiva con un familiare malato; il tutto per la tutela della paziente essenzialmente chirurgica ma poco oncologica.
Il professore che la vide confermò istologicamente la diagnosi di mesotelioma pleurico e, mi raccontò la paziente, che davanti a lei il cattedratico riunì alcuni studenti per esporre il “caso” di mesotelioma. Prese un libro di clinica chirurgica e alla luce della biopsia e della stadiazione lesse la prognosi, come speranza di vita, elaborata statisticamente su precedenti casi. Il professore poi mi chiamò in clinica e mi riferì quella prognosi. In realtà la signora visse molto più a lungo rispetto a quelle previsioni e con periodi di remissione dei sintomi! Tutto ciò ad indicare quanto la prognosi sia comunque legata all’individualità del soggetto storico malato, pur di una stessa malattia.
[2] Visto che esiste una veterinaria omeopatica molto sviluppata e regolamentata istituzionalmente.
[3] Ricordo che, parlando di predisposizione, emerge primariamente che l’uso dei vaccini intuito e sviluppato da Jenner ha salvato l’umanità dal vaiolo. Hahnemann al paragrafo 46 dell’Organon dell’arte del guarire elogia la scoperta di Jenner in quanto vicina al paradigma dell’omeopatia per il suo principio di similitudine e aggiunge dei suggerimenti per la loro preparazione. Per questo motivo la medicina della Vecchia Scuola nelle prime decadi dell’800 respingeva il vaccino definendolo di “appartenenza dell’omeopatia”. Per questo motivo in quegli anni la direzione del Reale Istituto Vaccinico del regno dei Borbone era presieduta da uno dei più importanti omeopati di Napoli: quel Cav. Prof. Cosmo Maria de Horatiis medico personale di Francesco I.
Leggi: https://www.luimo.org/il-tema-del-giorno/vaccini-e-omeopatia-paradossi-e-dintorni
[4] Personalmente, essendo portato ad osservare i fatti naturali maggiormente per la mia formazione in omeopatia, ricordo che in passato praticavo attività all’aria aperta, pesca, caccia, escursioni in montagna e raccolta funghi. Spesso sono stato punto da tracine, vespe, api, tafani, ragni senza mai avere avuto reazioni eccessive e di durata minima. Ogni anno leggiamo l’estate che qualcuno muore per una semplice e unica puntura di questo genere. Tutto ciò la dice lunga sulla prognosi di una puntura di vespa se si perde di vista e non si considera la suscettibilità di chi la riceve.

