Filosofia e medicina
di Stelio Mazziotti di Celso
L’evoluzionismo di Lamarck
Non si può ripensare all’evoluzionismo di Lamarck (1744-1829), basato sull’ereditarietà dei caratteri acquisiti e su una certa dunque finalità dell’evoluzione, senza metterlo a confronto con il successivo evoluzionismo di Darwin (1809-1882), basato invece sulla casualità della selezione naturale.
In ogni caso li accomuna l’idea rivoluzionaria che la vita è dinamica, e che le specie si trasformano nel tempo.
Secondo Lamarck sono le circostanze a modellare le abitudini e di conseguenza le caratteristiche fisiche degli animali.
«Sono… le abitudini, il modo di vivere e tutte le circostanze influenti che hanno, con il tempo, costituito la forma del corpo e delle parti degli animali.»
Non l’ambiente in sé è il vero motore del cambiamento, ma la modifica delle abitudini che esso induce.
Le modifiche sviluppate da un individuo vengono poi, secondo un processo che può durare l’arco di varie generazioni, trasmesse ai discendenti.
La vita procede dunque da forme semplici a forme più complesse, secondo un progresso non propriamente lineare, ma piuttosto arborescente, così come poi decisamente lo concepì Darwin.
Per Darwin, come sappiamo, le variazioni individuali, rispondendo ad una lotta per l’esistenza, sono d’altronde casuali ovvero rispondono a cause a noi sconosciute.
Le variazioni che offrono un vantaggio aumentano le probabilità di un individuo di sopravvivere, riprodursi e lasciare discendenti.
Con il passare delle generazioni, l'accumulo di queste variazioni favorevoli porta alla formazione di nuove specie. C’è per Darwin una discendenza comune da un unico antico antenato, a partire dal quale la selezione naturale opera un’evoluzione come un processo arborescente, simile ad un grande albero genealogico.
L’adattamento è dunque per Lamarck il motore del cambiamento, come quello che rafforza l’uso di determinati organi ed indebolisce quello di altri.
Così il collo della giraffa si è via via allungato per la necessità di nutrirsi delle foglie degli alberi più alti.
C’è in Lamarck una sorta di idealizzazione dei tipi che inducono l’origine di una nuova specie, laddove invece Darwin era soprattutto colpito dalla varietà dei possibili mutamenti all’interno di ogni popolazione.
La rivincita di Lamarck
L’evoluzionismo oggi neodarwiniano ha potuto far tesoro di come la genetica abbia svelato il meccanismo dell’ereditarietà (dei geni).
Nell’ambito della genetica, d’altronde, l’epigenetica sta forse restituendo qualche ragione a Lamarck.
L'epigenetica è lo studio di come il nostro comportamento e l'ambiente possano causare cambiamenti nel modo in cui i nostri geni funzionano.
L'epigenetica ci svela una verità profonda: non siamo semplicemente il prodotto dei nostri geni, ma anche delle nostre esperienze.
È ormai ampiamente riconosciuta un’epigenetica ereditabile, dove i cambiamenti ambientali e lo stress nella vita di un individuo possono causare modifiche chimiche al genoma, come la metilazione del DNA, che vengono poi trasmesse alle generazioni successive.
Una via lamarckiana, rapida e radicale, ai cambiamenti sembra dover essere messa in campo quando ci si trovi di fronte ad una catastrofe, un’estinzione di massa, cui faccia seguito un’esplosione di nuove forme non giustificabile nel quadro del cambiamento lento e continuo suggerito dall’evoluzionismo darwiniano.
Per esempio, la diversificazione dei mammiferi dopo l’estinzione dei dinosauri.
Secondo una suggestiva metafora, se il codice genetico è l’hardware di un computer, l’informazione epigenetica è il software che ne controlla il funzionamento.
L'epigenetica è lo studio dei cambiamenti ereditari che non alterano la sequenza del DNA, ma ne modificano l'espressione, cioè l'accensione o lo spegnimento dei geni. Con meccanismi come la metilazione del DNA, la modificazione degli istoni, il ruolo dei piccoli RNA.
È presumibile che l’epigenoma si adatti alle crisi estreme, lasciando una fulminea eredità.
È anche probabile che le principali minacce del nostro stesso tempo agiscano come importanti catalizzatori di cambiamenti epigenetici.
A Lamarck va riconosciuta l’idea stessa di una biologia come la scienza “di tutto ciò che gli esseri viventi hanno in comune”.
La critica del fissismo e del creazionismo era anche l’inizio di una nuova scienza.
Il lamarckismo radicale rese prudente persino lo stesso Darwin, che in un primo momento ne minimizzò l’influenza.
Oggi è in corso la sua giusta riabilitazione: riaprendo la porta all'ereditarietà dei caratteri acquisiti, la biologia moderna ha finalmente restituito a Lamarck lo spazio che merita nella storia del pensiero evolutivo.
L'epigenetica non solo integra la visione darwiniana, ma fornisce un meccanismo per un'evoluzione rapida e adattativa in risposta all'ambiente.
Sarebbe dunque errato ridurre Lamarck ad essere poco più di un precursore di Darwin.
Lamarck fu un pensatore del suo tempo, del XVIII secolo, del secolo dell’Illuminismo.
Per lui la scienza andava liberata dal dogma teologico, ma tuttavia sorretta da argomentazioni deiste, dove una concezione razionale di Dio supportasse una concezione non riduttivamente materialistica della Natura.
C’è per Lamarck una marcia della natura, un ordine naturale, un piano intrinseco, una progressione graduale e continua dal semplice al complesso: Lamarck riteneva di poter riconoscere una chaîne animale, un ordinamento che parte dagli animali considerati più "perfetti" e complessi (come l'uomo e i mammiferi) e scende gradualmente fino a quelli più "semplicemente organizzati" (come i celenterati). D’altronde a spiegare come e perché il mondo vivente appaia frammentato, con deviazioni e lacune, interviene la nozione di circostanza.
Le circostanze sono i fattori ambientali esterni: il clima, la natura delle acque, il tipo di cibo disponibile, il luogo.
Esse costringono gli organismi a cambiare per sopravvivere, secondo una evoluzione che non è una linea retta, ma è rameuse, ramificata.
Lamarck non è dunque una tappa imperfetta sulla via che conduce a Darwin; è il fondatore coraggioso che ha aperto quella via, un pioniere la cui eredità, con tutte le sue contraddizioni e la sua audacia, rimane una testimonianza fondamentale di una scienza in divenire.
Fu lui a spostare il dibattito dalla semplice classificazione alla spiegazione della trasformazione, aprendo la via a tutta la successiva biologia evolutiva.

