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Il Tema del giorno

a cura del Dott. Carlo Melodia
Presidente della LUIMO

NEWSLETTER LUIMO

Dott.ssa Sabrina Romito, Medico chirurgo, specialista in Geriatria, studentessa iscritta al terzo anno della LUIMO

Dialogo tra il dott. Carlo Melodia

e la dott.ssa Sabrina Romito, Medico chirurgo, specialista in Geriatria, studentessa iscritta al terzo anno della LUIMO.

 

Melodia) Cara Dottoressa Romito, ieri[1] osservavo il suo lavoro, a me di straordinario aiuto e sostegno, durante la giornata di formazione clinica omeopatica mensile presso la LUIMO.

Mi ha colpito favorevolmente la sua visione integrale del malato, anche nella visita medica clinica, quella proprio della impostazione ippocratica da cui prende spunto metodologico la medicina omeopatica.

Ho pensato che sul campo, quello della clinica, lei possa avvantaggiarsi proprio dalla sua formazione in geriatria contemporaneamente a quella omeopatica.

Rafforzandosi entrambi nell’obiettivo di una medicina della persona, e per la persona, come riconquista del paradigma ippocratico, di cui parleremo nel seminario ECM di sabato 3 ottobre.

Seminario che abbiamo voluto fosse gratuito per incentivare il medico a ritrovare, pur nella diagnosi di malattia (disease), una visione umana del soggetto storico nella sua sofferenza (illness); o perlomeno meditare sulle diverse metodologie di approccio medico che possano concorrere a formulare una vera opportunità terapeutica; al fine proprio di onorare quell’arte medica che vede nel cittadino malato il suo unico obiettivo della cura!

https://www.luimo.org/news-luimo/seminario-ecm-e-presentazione-corso-intensivo

 

Romito) Gentile Dottore, la ringrazio per aver colto ed apprezzato il mio approccio alla Persona umana.

È stato proprio il desiderio di vedere il malato nella sua totalità a farmi intraprendere lo studio di una branca internistica come la geriatria, che considera le varie “funzioni” inevitabilmente interconnesse; sebbene ci sia ancora molta strada da percorrere per raggiungere la completa visione ippocratica del malato.

Certamente lo studio della omeopatia mi sta aiutando notevolmente nell’approccio clinico al soggetto della malattia, inteso, come lei spesso dice, “persona umana”; un insieme inscindibile di corpo, mente, anima e di relazioni ambientali.

Posso dire che è altrettanto utile la mia formazione internistica nell’approccio omeopatico al paziente.

Sarò contenta di partecipare al seminario del prossimo 3 ottobre.

 

Melodia) Condivido integralmente le sue osservazioni e ricordo che, proprio al termine del lavoro di ieri, nella nostra chiacchierata al termine di una lunga giornata di visite, è emerso appunto quanto la specialistica, quella organicista, sia lontana dalla valutazione complessiva, unitaria e peculiare del malato; in quanto ferma al disease nei termini lineari della diagnosi, perdendo di vista l’illness ovvero la sofferenza del malato che è esclusiva, caso per caso!

Abbiamo notato, anche, alla luce della esperienza della clinica omeopatica, quanto alcune formazioni specialistiche in medicina, che non possono essere confinate solo nel perimetro lineare della settorialità della nosografia della malattia, abbracciano complessivamente il malato nei termini di una visione internistica.

Alla stregua di quanto in passato trovavamo nei libri di patologia speciale medica e di clinica chirurgica, ricchi di correlazioni tra le patologie portate dal malato e descritte unitariamente senza soluzione di continuità! 

Nel trattato di “PRINCIPI DI MEDICINA INTERNA” di HARRISON, ancora valido, l’autore avverte il medico che il paziente viene a visita con sintomi e non con diagnosi; per cui invita il sanitario ad una ricerca clinica che vada (anamnesi storica) dal generale al particolare (malattia) e poi alla sintesi unitaria; piuttosto che effettuare una mera indagine nel confine del particolare evidente della malattia emergente, scollegata dal soggetto storico portatore!

Come leggiamo d’altra parte nelle premesse dei trattati di patologia medica e chirurgica del Bufano e del Teodori.

Essi invitano il medico ad osservare l’esclusività del malato, persona umana, pur nella stessa diagnosi di malattia di cui si è portatori!  

Il malato, dunque, non andrebbe visto come una somma di comorbilità di appartenenza polispecialistica.   

Parlo del malato con le sue patologie intrinseche che non possono essere escluse nella formulazione di una terapia mirata solo all’ultima diagnosi e che invece deve tenere conto, caso per caso, di quel soggetto storico peculiare, anche in termini di opportunità farmacologiche generali; il tutto secondo una visione internistica del soggetto malato.

Infatti, i farmaci prescritti per una certa diagnosi vengono rimodulati proprio dall’organismo a causa delle comorbilità e anche dalle terapie in essere.

Ciò avviene proprio interferendo in termini di farmacodinamica e farmacocinetica; le quali vengono alterate nel senso della amplificazione o inibizione della loro azione a causa di seconde patologie. Quindi, non solo in termini fisiopatologici… ma anche per il conflitto farmacologico che si viene a determinare con terapie già in essere sullo stesso soggetto storico.          

 

Romito) Purtroppo devo constatare che quello che lei dice è vero.

Oggi il disease è il principale target delle terapie e la illness, la sofferenza del malato, seppur considerata, resta sempre un po' “a latere”, come un qualcosa di inevitabilmente presente ed inevitabile strumentalmente, qualcosa che credo pesi molto sul lavoro del medico quotidianamente e perciò talvolta può addirittura risultare fastidioso anche ascoltare e vedere le sofferenze altrui, non per egoismo, ma forse per non totale capacità di far fronte a tale sofferenza, che è enorme e ci può sovrastare, parlo anche per me.

Da qui derivano purtroppo, in alcuni medici, una serie di atteggiamenti di rassegnazione alla sofferenza, che variano, naturalmente, in base alla propria sensibilità personale.

Ma mi chiedo: la sensibilità personale è un qualcosa di innato o si coltiva?

Credo siano vere entrambe le risposte.

È importante agire sulla seconda, sul cercare di sviluppare una visione che includa anche l’anima della persona.

 

Melodia) Sì, Dottoressa Romito, giuste osservazioni.

Purtroppo, etica e deontologia non trovano sempre una convergenza.

Da qui la conflittualità interiore del medico che implica la coscienza e l’obbligazione codificata... ma a saper leggere il codice lascia grande autonomia al medico nell’accettare LLGG che il medico non ritiene opportune per quel malato storico: art. 13, 14, 15…

Da una parte c’è l’aspirazione atavica dell’uomo a curare il “fratello malato”.

Parliamo quindi di “intelletto e di etica”.

Dall’altra scende in campo la “ragione” che formula la “prassi medica”.

Nel tempo, nel positivismo, essa, la ragione a cui segue la logica, abbandonò le indicazioni ippocratiche riferite alla singolarità del malato inteso come vitalismo autonomo e abbracciò la logica ripetitiva della diagnosi di malattia tracciata su osservazioni precedenti e trascritta in nosografia!

Da qui nacque quel positivismo che perde di vista l’uomo e traduce tutto in protocolli e LLGG che riducono la persona malata ad un oggetto quantificabile aprioristicamente!

Ma non parlavamo di una medicina della persona?

 

Romito) Purtroppo, in questo ingranaggio di velocità, protocolli, efficienza tecnica veniamo schiacciati anche noi medici, perdendo la fantasia e le speranze.

Dovremmo distaccarci da questo ingranaggio e iniziare a farci domande, avendo alla base le fondamentali conoscenze acquisite all’Università.

La sofferenza dell’essere umano è inevitabile ma, per un malato, la sensazione di essere anche minimamente realmente ascoltato al di là delle proprie patologie è il vero auspicio ed è già un po' terapia.

Lo dico per esperienza personale.

Naturalmente, nelle persone anziane, i cambiamenti fisiologici influiscono sia sulla farmacocinetica che sulla farmacodinamica.

A ciò si aggiungono le comorbilità quasi sempre in aumento e di conseguenza anche i farmaci assunti dal paziente.  

Questo complica ancora di più il nostro lavoro e la scelta delle varie opzioni terapeutiche e, oserei dire anche diagnostiche, poiché, talvolta, anche un esame diagnostico apparentemente semplice può risultare di difficile esecuzione per tutta una serie di motivi.

 

Melodia) Sono perciò sempre più dell’avviso che la formazione in medicina interna, come la geriatria, la pediatria, la ginecologia… e aggiungerei l’endocrinologia, la medicina del lavoro… formano quantomeno il medico ad osservare oltre il disease e ad indagare sulle cause in una visione unitaria e complessiva del malato.

Come esplicitato anche nell’editoriale che ha riguardato la ginecologia dove si osserva che molti sintomi localizzati in vari distretti, come pelle, umore, circolatorio, neurologici, percettivi & co., apparentemente di tipo specialistico, siano in realtà tutti dovuti ad un disquilibrio ormonale.

https://www.luimo.org/il-tema-del-giorno/omeopatia-e-ginecologia

Il tutto per fare emergere le cause predisponenti che sottendono alla malattia evidente intesa come sofferenza unitaria di ogni malato.

Non esistono malattie separate ma malati portatori delle stesse.

Il termine malattia nel suo perimetro è finalizzato ad una definizione di comodo.

La cura del malato in termini vitalistici può recuperare diverse espressioni di malattia di cui il malato è portatore.

 

Romito) Si, concordo con lei.

Queste branche sono una base di partenza vantaggiosa per avere una visione sempre più ampia.

Le cause, scusi il gioco di parole, ci si deve sforzare a cercarle oltre le cause che ci vengono insegnate durante il percorso di studi all’Università.

Nello studio di molte patologie vengono enumerate tra le cause: lo stile di vita, lo stress psico-fisico, le intossicazioni di varia natura, le infezioni, in generale i fattori che potremmo definire ambientali, quelli che vanno ad influire appunto sulla epigenetica.

Sono cose reali, vere, ma dovremmo chiederci il perché se siamo tutti inevitabilmente esposti a tali fattori, non tutti si ammalano o si ammalano allo stesso modo.

Ossia ognuno esprime nel suo modo più personale e libero la propria Illness (sofferenza). Credo che questa possa essere una chiave di volta importantissima.

 

Melodia) Cara dottoressa, ottima osservazione quella dello stile di vita e della predisposizione!

Infatti, la genesi della malattia, classica, rientra nella visione organicista e fisiopatologica.

Mentre parlare di stile di vita… e tutto il resto… rientra in quel vitalismo osservato da Ippocrate e che vede il malato nella sua peculiarità e unicità storica.

Tutto ciò sta a significare che, alla fine, anche la medicina convenzionale supera il confine organicista e si trova a riconoscere un vitalismo intrinseco (omeostasi, recettività e idiosincrasia) che modula la relazione ambientale, e viceversa, nei termini di un terreno biologico e di predisposizione.

Però il tutto viene affidato alla iniziativa intellettiva-etica del medico, non tradotta in metodo, piuttosto che da una impostazione intrinseca ad uno schema epistemologico; proprio come avviene per la medicina omeopatica nel suo costrutto sperimentale e clinico.

Ma cosa c’entra l’omeopatia con la medicina interna?

L’omeopatia è medicina interna (!) nei termini di correlazione fisiopatologica; a cui si aggiunge psiche, relazioni e adattamento del soggetto malato.

La medicina è sempre una… con la stessa finalità della cura e guarigione del malato… piuttosto che assoggettata all’astrazione della definizione nosografica della malattia.

Ma la variante, come è intuitivo, è la metodologia basata su principi e su risultati stabili nel tempo!!

La medicina omeopatica utilizza gli stessi rimedi da oltre 200 anni e si espande progressivamente, seconda medicina usata al mondo, anche in regioni e nazioni con culture differenti.

Per l’omeopatia non si parla più di medicina occidentale, avendo valicato da tempo il confine orientale e diventata espressione anche di quella cultura medica!  

Il metodo omeopatico è universale perché confermato nei fatti che sono evidenti. 

L’omeopatia, espressione della pluralità della scienza, è finalizzata agli stessi obiettivi della medicina tutta, di tutto il mondo, la salute della persona attraverso il soccorso medico del cittadino malato.

Non è solo una medicina della persona, ma ha dimostrato sul campo la sua efficacia anche in medicina veterinaria, confermando l’efficacia del suo paradigma con la propria stabilità temporale.

Per questo motivo l’Europa, con la direttiva CE del 1999 e aggiornamenti, ha introdotto la medicina omeopatica quale terapia preferenziale per la cura degli animali da allevamento!

 

Romito) Sì, la medicina omeopatica non potrebbe essere altro che internistica.

E poiché la finalità della Medicina è sempre la cura e la guarigione del malato, sarebbe un grande passo in avanti nella nostra civiltà quella di considerare nel malato la migliore terapia possibile, senza privarlo di alcuna “freccia”.

Ma per poter avere più frecce nel nostro arco, dovremmo innanzitutto avere la curiosità e non il pregiudizio di conoscerle e poi eventualmente sceglierle.

Ho potuto constatare io stessa la universalità della omeopatia recandomi in India per un seminario.

È davvero incredibile il numero di persone che si curano con l’omeopatia lì e di come la omeopatia sia ufficialmente inserita all’interno degli ospedali e degli ambulatori sia pubblici che privati, sia in uso esclusivo sia in associazione con altre terapie.

D’altronde in India l’omeopatia è regolamentata e promossa a livello governativo da un Ministero. Sono davvero molto avanti!

 

Melodia) In realtà anche in Italia la medicina omeopatica è regolamentata con la legge Accordo Stato Regioni del 2013 e i nostri rimedi sono registrati dall’AIFA.

Inoltre, vige una Direttiva dell’Unione Europea recepita dall’Italia, Ministero della Agricoltura e Foreste nel 1999 e successivi aggiornamenti, che regolamenta l’omeopatia nella pratica medica veterinaria della Agricoltura Biologica mettendola assieme alla fitoterapia come terapia preferenziale!

In Italia, invece, non è previsto un insegnamento cattedratico della medicina omeopatica, peraltro auspicabile; anche se in passato varie Università lo avevano introdotto con successo.

In particolare, personalmente ho fatto parte, in qualità di docente, nel 1991-92 del “I CORSO BIENNALE DI FORMAZIONE IN OMEOPATIA” presso l’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI CATANIA, Istituto di Farmacologia e di Patologia Chirurgica III, organizzato dai Professori U. Scapagnini e G. Veroux.

Ricordo che a questo Corso di Formazione erano presenti oltre duecentocinquanta medici appartenenti alle scuole di specializzazione e che mostravano un grande interesse.

Anche lo stesso Professore Veroux, amabile conferenziere e uomo di cultura assieme a Scapagnini, era spesso presente alle lezioni e poneva domande e chiarimenti alla stregua di uno studente[2]!

Il medico, come scrive Francesco Negro, nell’editoriale u.s. del 21.09. 2026, PERCHE’ UN MEDICO ACCADEMICO DOVREBBE CONOSCERE L’OMEOPATIA, deve formarsi alla maniera ippocratica, per poi, avendo gli strumenti osservazionali, metodologici e clinici, decidere sulla migliore opportunità terapeutica per quel soggetto storico; quella “freccia” in più di cui lei parlava...

In pratica F. Negro, in questo suo intervento, propone il dovere della conoscenza del metodo omeopatico a livello cattedratico, come già anticipava il padre, prof. Antonio, che auspicava al convenzionale e alla omeopatia “un percorso parallelo delle due visioni in medicina fino a che non troveranno un punto comune di intersezione unificante…”.

Questo punto comune unificante può essere proprio la medicina della persona secondo la visione intramontabile di Ippocrate…

 

Romito) Concordo pienamente e penso che il medico volenteroso vada aiutato in questo percorso di integrazione, non sempre facile, ma che rappresenterebbe la massima espressione dell’amore per la Persona.

Dovremmo andare oltre le paure e ampliare le nostre conoscenze per poterci avvicinare all’Altro inteso non come entità distaccata che ci pone di fronte ai nostri inevitabili limiti, ma come il nostro alter ego da accogliere e capire nella sua complessità.

Credo fermamente che noi siamo molto di più di quello che abbiamo imparato e dei limiti che ci poniamo.

Grazie!

Sabrina Romito

 

Grazie a Lei Sabrina, è sempre appagante confrontarsi con medici intuitivi, sagaci, preparati e con alta capacità di giudizio!

Ad un prossimo dialogo, e alla prossima giornata di clinica…

Carlo Melodia



[1] Corso di clinica in presenza e visite mediche pazienti del 19 settembre u.s.

[2] Fu un periodo molto appagante in termini culturali e anche sul piano della accoglienza che avemmo dall’Università in termini di ospitalità di alto livello! Della LUIMO partecipammo, a mio ricordo, il dott. Alfredo Lubrano e il dott. Salvatore Picardi; su espressa richiesta degli organizzatori che selezionarono le docenze avvalendosi della garanzia internazionale della immagine della LUIMO allora di Rodriguez, Negro, Ortega e Paschero!

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