Esiste una analogia nella clinica medica tra l’azione del farmaco e quella del rimedio omeopatico?
La cultura contemporanea del cittadino è in grado di discernere tra i paradigmi dei contrari e dei simili o vede l’uso del farmaco e del rimedio omeopatico solo come una alternativa per attenuare gli effetti tossicologici?
Una indagine sul campo di Eumetra commissionata da Omeoimprese indica (dati esposti su Google) che in Italia il 97% dei cittadini conosce l’esistenza dell’omeopatia, il 66% (2 su 3), cittadini adulti l’avrebbe provata almeno una volta, mentre tra i 10 e i 18 milioni di italiani la usano stabilmente…
Inoltre, la legge, Accordo Stato Regioni del 2013[1], regola la formazione dei medici di MnC e la loro iscrizione negli elenchi presso gli ordini professionali stabilendo, per la certificazione in omeopatia, un periodo di studi di 500 ore in non meno di tre anni; e uno di clinica.
Oltre questo presupposto formativo e certificato risulta da tempo che nella loro pratica ambulatoriale molti medici che hanno seguito solo seminari brevi sull’uso dei rimedi omeopatici[2] in piccole patologie acute, fanno uso di detti rimedi.
Soprattutto medici di base, odontoiatri, ginecologi, neuropsichiatri, ortopedici, chirurghi e altri.
Essi utilizzano spesso prodotti omeopatici ad integrazione delle terapie convenzionali prescritte; pur non essendo iscritti agli elenchi suddetti!
Il tutto per compliance con il malato che richiede medicine a basso impatto tossicologico.
Da questa premessa emergerebbe quindi che il cittadino, come il medico, in Italia, e in molti Paesi Europei ed extra, in primis Germania, Belgio, Inghilterra e Francia come pure India e Paesi sudamericani e tanti altri, sia a conoscenza della differenza di azione del rimedio omeopatico rispetto al farmaco convenzionale.
Ma tutto ciò è vero?
In realtà, in tema di consenso informato esplicito[3], soprattutto il medico omeopata, da sempre, per ovvi motivi intrinseci all’impianto metodologico, illustra al malato la natura e l’azione del rimedio omeopatico e quindi anche la differenza della sua finalità di cura; essa intercetta e modula la regolazione della funzione vitale autonoma generale del malato piuttosto che inserirsi, alla maniera del farmaco in modo parcellare, in quel distretto biochimico, che evidenzia la malattia.
Nella nostra attualità, l’incremento dell’uso dell’omeopatia come fenomeno di offerta in campo medico, ha visto diminuire quella attenzione di nicchia che all’inizio della mia pratica omeopatica diventava una selezione del medico e del malato.
Sia il medico che il malato erano consapevoli della epistemologia omeopatica, e i trattamenti erano intrinseci al paradigma in essere.
Oggi, una offerta confusa di omeopatia, sbilanciata sul farmaco sintomatologico omeopatico piuttosto che sul recupero cronico del malato attraverso il rimedio omeopatico unitario, vede nella realtà dei fatti una perdita della consapevolezza del cittadino rispetto a ciò che sta facendo in termini terapeutici.
Il consenso informato viene surrogato dalla finalità dell’obiettivo cura, come la lettura del bugiardino del farmaco è superato, indicazioni e controindicazioni, dal fine della riduzione della sintomatologia.
Brevemente, nella accezione comune, il rimedio omeopatico ha assunto le sembianze del farmaco localistico.
Sempre più la cultura di un corpo cibernetico di cellule, tessuti, organi e apparati ha superato l’identità unitaria della persona umana fatta di pensiero, organi e relazioni.
Il tutto fissando nella mente di ciascuno un archetipo di funzioni isolate e autonome da curare in modo parcellare nella angoscia di una alterazione di valori funzionali secondo riferimenti divulgati anche dai media, in continua revisione.
«Dottore scusi, lo specialista mi ha prescritto questo farmaco per i dolori. Non vorrei assumerlo! Ho paura delle controindicazioni e dei suoi effetti sul mio corpo, cosa mi suggerisce di omeopatico in sostituzione?»
Ecco, una domanda del genere un mio paziente omeopatico, prima degli anni duemila non l’avrebbe mai fatta!
Consapevole di una scelta che vede la risoluzione, se possibile, dei propri problemi attraverso uno stimolo, rimedio omeopatico, calibrato per similitudine sperimentale (proprietà) sulla sua autonomia vitale (vitalismo-omeostasi).
Ma c’è anche da dire che rispetto ad allora le persone sono molto più medicate con farmaci che diventano obbligatori dopo una certa età… e per genere…
Ma veniamo alla domanda… una cosa è un analgesico che agisce diminuendo il dolore di ogni natura.
Altra è agire sulla natura del dolore che va oltre il termine comune dolore.
Per cui l’antidolorifico omeopatico, ad esempio della cefalea, è rappresentato da centinaia di rimedi!?
Allora quale?
Quello che risponderà alla localizzazione anatomica,
all’orario della presentazione del dolore,
se è iniziato in modo brusco o progressivo,
il tipo di dolore: pulsante, tagliente compressivo, espansivo…
il coinvolgimento con altri organi; occhi, cervello, stomaco, muscoli….
il tipo di umore come: agitazione, abbattimento, rabbia, tristezza, intolleranza ai rumori e alle circostanze presenti,
concomitanze: prima durante o dopo il ciclo mestruale, stitichezza, impegno visivo, emotivo, insonnia o privazione di sonno…
la cronicità o meno della manifestazione e se un simile dolore il paziente l’ha avvertito in passato o periodicamente,
se fanno male anche i capelli,
se è invece secondario a qualcosa di occasionale come: colpo di freddo, di calore, rabbia, dopo avere lavato i capelli, dopo avere mangiato cibi indigesti,
il desiderio di posizione o di compressione o di caldo o di fresco che attenua il dolore.
Come è intuitivo, il rimedio che curerà la nostra cefalea è il rimedio del malato unitario in quel momento storico e che si esprime con una cefalea!
Potrò quindi sostituire l’analgesico per la cefalea con un rimedio omeopatico o avrò bisogno di una anamnesi unitaria del malato per scegliere uno dei tanti rimedi possibili per quel soggetto storico?
La risposta è evidente!
Ma il fatto che ancora oggi a molti non è chiara l’epistemologia omeopatica, neanche tra gli addetti, sta nel fatto che si vorrebbe indicare nel bugiardino del rimedio omeopatico il nome della malattia che cura… ha curato… o curerà?!... a quale condizione…?
Forse aggiungendo tutte le condizioni di quella manifestazione, da verificare, attraverso una anamnesi precisa del malato portatore, come suggerito sopra…
Carlo Melodia
[1] La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ha stabilito con la Carta di Terni del 2002 che l'omeopatia è un atto medico di esclusiva competenza e responsabilità del medico. L'intesa del 7 febbraio 2013 ha sancito formalmente che l'omeopatia (insieme ad agopuntura e fitoterapia) costituisce un atto sanitario riservato ai professionisti abilitati, definendo i criteri di qualità della formazione. Elenchi dell'Ordine: Presso gli Ordini provinciali dei Medici sono istituiti appositi elenchi per i professionisti che praticano queste discipline, subordinati a specifici requisiti formativi.
https://portale.fnomceo.it/wp-content/uploads/2021/05/Accordo-Stato-Regioni-del-07-02-2013.pdf
[2] Il rimedio omeopatico venne riconosciuto nella UE nel 1994, più tardi entrò negli elenchi dell’AIFA come farmaco senza indicazioni terapeutiche: suggerendo indirettamente la responsabilità del medico per la sua prescrizione. Il tutto, di conseguenza, alla determina di atto medico dell’omeopatia e della esclusività di un medico per la prescrizione del rimedio omeopatico (FNOMCeO Terni 2002 e anche sancito in Cassazione).
[3] Parliamo del documento da sottoscrivere presso gli studi medici dove il malato afferma di dare il consenso alla terapia dopo essere stato informato debitamente dal medico su cosa andrà a fare e sull’assunzione di questa o quella terapia. In realtà prima ancora che fosse introdotta questa pratica il medico omeopatico da sempre faceva sottoscrivere dal malato in prima visita questo documento spiegando soprattutto la natura sperimentale del rimedio omeopatico e la sua azione sul malato.

