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Il Tema del giorno

a cura del Dott. Carlo Melodia
Presidente della LUIMO

NEWSLETTER LUIMO

Dialogo  

per una medicina della persona     

Francesco Negro e Carlo Melodia

Caro Francesco,

in questa fine estate, insopportabile, almeno in termini climatici, desidero riprendere il dialogo con te che rappresenti un riconosciuto esploratore e depositario del pensiero storico-filosofico-scientifico; per fatti evidenti.

Quel tuo sottolineare, anche nell’ultima telefonata intercorsa, l’importanza della medicina della persona, sembrerebbe vago, ovvio e retorico…

Mentre, riflettendo, abbraccia unitariamente le possibili nuove frontiere della medicina riconducendola nell’alveo ippocratico che ha come soggetto il malato.

La medicina è una branca umanistica, fuori ogni dubbio, che si serve della scienza… quale?

Viviamo in piena confusione di pensiero e cerchiamo continuamente di elaborare dogmi a cui ancorarci, in una continua delega scientista.

Delega che, in fin dei conti, dopo una relativa esperienza temporale sul campo, non riesce a stare al passo di quella probabilità complessa che è propria della vita, come fenomeno biologico…

Tutto ciò evidenzia una continua precarietà intrinseca metodologica della ricerca per la rigidità della sua impostazione, relativa e positivista; perché rivolta alla malattia descrittiva secondo una ipotesi di stabilità costruita nel limite delle osservazioni precedenti.

Quindi, il positivismo estremo, se da una parte ha fatto nascere speranze, dall’altra non è riuscito e non riesce, nella sua semplificazione lineare, a interpretare l’uomo in modo soddisfacente, sia in medicina, ma consentimi, anche nella vita sociale e politica; in quanto non tiene conto della complessità della evoluzione del pensiero cosciente e di adattamento della vita stessa ai mutamenti ambientali.

La visione matematico-scientifica lineare per definizione è stabile e ripetibile… ma è possibile applicare in biologia una ipotesi descrittiva che rientri in uno schema che per definizione di vita non può appartenergli in termini di variabilità e adattamento?

In questo caso i sillogismi aristotelici sono applicabili?

Parlo di metodologia naturalmente… dello studio dell’uomo nella sua complessità di soggetto storico.

Ogni riferimento consolidato, a ben vedere, è basato linearmente su un participio passato: quello che ritroviamo nelle note nosografiche a cui fare somigliare il nostro paziente per fare diagnosi e terapia.

Parliamo di un paradigma basato sul ri-conoscere più che sul conoscere… una indagine deduttiva basata sul passato piuttosto che una ricerca induttiva sull’attualità evidente di quel malato persona umana alla luce di un bagaglio culturale che attiva l’attuale capacità di giudizio!  

Quindi, la descrizione dello stato di malattia si basa su un riferimento guida di qualcosa che per definizione è già avvenuto e descritto nelle sue generalità comuni e che dobbiamo ri-conoscere… il medico deve ri-conoscere la malattia nella sua parzialità… estrapolata in termini oggettivi e descrittivi dalla soggettività evidente del malato.

Il tutto affidato ai termini statistici della terapia validata in precedenza, relativa alla malattia estrapolata anche dalle possibili comorbilità della indagine anamnestica… insomma l’interesse terapeutico viene confinato al disease evidente secondo un rapporto lineare.

D’altra parte, la soggettività della persona umana imporrebbe l’attenzione sull’illness, ovvero su quella sofferenza unitaria del corpo e della mente che vede compromessa anche la dinamica relazionale sociale di chi soffre. 

Nell’ approccio organicista emerge sempre qualcosa di precario e parziale, direi limitante, che condanna la formula precedente… cosa che porta ad una continua analisi e frammentazione del corpo in assenza di una sintesi vitalista che è unitaria e relazionale… 

Allora perché insistere sullo stesso piano esperienziale lineare che non soddisfa mai universalmente la pratica medica (?)…

E in termini di prospettiva!?

Quale?

In primis, pensiero, coscienza e adattamento… bisogna sempre vigilare vivendo in un participio presente piuttosto che passato e rivolti ad un irrinunciabile futuro anche dell’ambiente in evoluzione.

Oggi parliamo del caldo asfissiante come nuova frontiera ambientale e nuovo adattamento della specie umana.

È improponibile quindi restare ancorati a schemi e modelli precostituiti che durano il tempo di intervallo con la prossima situazione e intuizione, nata sulla delusione della precedente, come novello strumento soprattutto nel campo della medicina; ma a veder bene, estrapolando, ciò avviene anche per i modelli astronomici e con tutto il resto...

In un attimo storico… tanti passaggi consecutivi… tutto è cambiato assieme alla visione intellettiva filosofica che ha modificato il diaframma della nostra visione… assieme alla nuova evidenza interpretativa matematica e scientifica…

La nostra insicurezza, in tutti i campi, subisce sempre nuovi schemi razionali da seguire e a cui relazionarci acriticamente e direi irresponsabilmente per semplice delega.

Ad esempio, in campo medico ciò avviene con le LLGG che da consigliate vengono adottate come delega di de-responsabilità… anche se cambiano nel tempo su indicazione statistica… a dimostrazione di quanto il modello della malattia, avulso dal soggetto storico, resti un paradigma improbabile in una indagine più ampia estesa a soggetti diversi e che dura il tempo dell’inerzia sperimentale allargata sul campo del primo approccio “ab usu in morbis”…

Infatti, di fronte a questa evidenza, oggi si preferisce parlare di sindrome piuttosto che di malattia

Il tutto per superare con la clinica dell’individuo il modello statico nosografico costruito con sintomi comuni della malattia a cui, nella sindrome, si aggiungono le varianti sintomatologiche del soggetto storico osservato... sindrome appunto… un concorso di sintomi correlati… ma che non specificano una stessa causa etiologica della malattia ma somigliano solo alla sintomatologia clinica del malato.

La sindrome allarga la semplice diagnosi nosografica e si completa, nella indagine differenziale, con le comorbilità associate del soggetto storico portatore e va quindi trattata caso per caso… e finalmente ritorniamo alla visione del malato… come tipo di approccio medico… qui non c’entra l’omeopatia o l’allopatia…

Da tutto ciò emerge che l’etica è spesso in conflitto deontologico e lo stesso codice professionale medico viene rimodulato… nel tempo…

Allora? Tutto falso? Il passato era sbagliato?

No!

Assolutamente!

Era quello che apprezzavamo con quegli strumenti cognitivi e diagnostici… era la nostra verità intellettiva… strumentale… terapeutica… sulla base di quella conoscenza e di quella coscienza; era il miglior contributo possibile nella medicina nel suo tempo… come spesso sentiamo raccontare da Gennaro Rispoli… cultore ineguagliabile della storia della medicina…  

È solo passato… in un divenire costante…(?)

L’evoluzione non poteva fermarsi alla nostra prima descrizione dei fenomeni osservati… leggi e regole… nessuno c’è riuscito in termini di schemi… l’intelletto supera tutto ciò… perciò riusciamo a vedere il limite oggettivo delle interpretazioni in essere dalla nostra visione soggettiva… altrimenti… 

E ritorniamo a noi…

Francesco, quando parli agli studenti, tra i quali mi colloco, giustamente non parli mai di ricette stabili e certe da seguire ma indichi quella autonomia professionale e di persona alla luce della conoscenza via via aggiornata per motivi intrinseci e documentali parlando di giusta opportunità terapeutica al servizio del cittadino malato!

Allora ecco che quella tua “medicina della persona”, di cui alla nostra disquisizione, perde l’apparente vaghezza della definizione e assume una proiezione unitaria diventando un imperativo irrinunciabile per quel medico che diventa progressivamente parametro consapevole della propria Arte nella cura del malato, unico e irripetibile.

  

 

Caro Carlo,

è sempre un piacere chiacchierare con te.

Ormai l’età avanza, per il mondo sono vecchio.

Non mi sento tale, piuttosto mi considero antico!

Il tempo ci ha fatto percorrere più spazio che, così, si è trasformato in esperienza.

Vorrei partire dall’inizio.

Personne in francese vuol dire nessuno.

Ebbene ho cercato di vedere come nessuno, fosse invece qualcuno.

Persona viene da phersu, in etrusco maschera dietro alla quale si nasconde un qualcuno.

Ho cercato di scrivere i miei ragionamenti in piccoli testi: Vivere come persona, Semplicità ed empatia, Memorie di una coscienza, Vizi capitali e ora sta per uscire Homo viator.

La persona è l’altro da me, che proprio per questo giustifica la mia esistenza.

Non avrebbe senso la nostra vita se non avessimo il dialogo che ha come presupposto il voler conoscere e riconoscersi.

Siamo composti di corpo, mente e spirito, una trinità che si manifesta nell’unità della persona.

Per noi medici è l’ascolto dell’altro da noi che ci chiede aiuto.

Nasce, quindi, in noi, l’imperativo categorico di dover amare l’altro prescrivendo, innanzi tutto, noi stessi come parte della terapia che, nella pratica, è una sostanza che prescriveremmo anche a noi stessi, la più idonea in quel momento per quella persona.

Usando scienza e coscienza, oscillando sempre tra curiosità e dubbio.

La terapia va ben oltre l’utilizzo di una sostanza, è un atteggiamento diverso, una visione globale della complessità dell’altro.

Da questo nasce l’empatia, il voler sperdersi nell’altro come viaggiatori, piuttosto che essere turisti della prescrizione.

Che si rivolge al nome di una malattia senza interessarsi della sofferenza personale.

Non si può aiutare se non si conosce.

Per questo entrambi amiamo tradurre la cura della persona in omeopatia.

Infatti, il nostro è prendersi cura, piuttosto che curare, e questo perché con la nostra anamnesi dettagliata abbiamo ascoltato il racconto di una vita.

La persona inserita nel suo ambiente.

Diventiamo archeologi, dobbiamo, con attenzione osservare e ordinare i tanti lapilli accumulati dopo l’eruzione della malattia, per dare luce di nuovo agli affreschi che rappresentano la storia di una vita.

La modalità da scegliere è sempre la più semplice che è poi la scomposizione della complessità uomo che, poi viene ricomposta per ridare la cenestesi e ripristinare la santa alleanza di corpo e mente.

Come tu sai, sono convinto che la mente abiti il cervello, ma non sia il cervello.

Nei miei testi faccio l’esempio di una coppa che contiene un vino pregiato.

Sono indissolubilmente legati nelle loro funzioni, pur essendo di natura diversa.

Così, il medico, come diceva mio padre Antonio, deve farsi medico, psicologo e sacerdote per prendersi compiutamente cura di questo uomo trino.

Non possediamo le capacità di prenderci cura dello spirito, compito che riguarda la teologia.

Usare l’empatia è però un caldo abbraccio che può diventare un valido sostegno.

Tutto questo diventa difficile nel mondo spersonalizzato di oggi che comunica con mezzi mediatici, allontanando piuttosto che cercare di riavvicinare.

Uno smartphone dà solo l’apparenza di un dialogo mediato da uno strumento.

Si ha l’illusione di essere vicini, mentre ci allontaniamo sempre di più... lo strumento mediatico è visto come fine piuttosto che utile mezzo.

Ecco credo che, il problema della nostra era, l’antropocene, sia proprio questo: il fine è diventato il mezzo.

L’obiettivo della nostra era è il consumo.

Tutto è funzionale a questo.

Il giovane, momento molto temporaneo e sfuggente, viene adulato ossessivamente dai media fin dai primi anni, per prepararlo a un pensiero acritico fatto di una bulimia di informazioni che non sono cultura.

Così, sentendosi osannato, come centro dell’attenzione, il giovane diventa arrogante.

Cosa fare?

Considerare che la verità teologale più importante è la carità, che ha in sé anche l’umiltà, mentre la superbia è il vizio peggiore che comprende tutti gli altri.

Perdonami per aver cominciato con alcune considerazioni, per scivolare poi in uno sfogo, una lettura di come leggo il mondo così pieno di pregiudizi.

Non vedo più i valori, parola ormai obsoleta che faceva parte della nostra gioventù.

La medicina purtroppo risente di questo modo di pensare.

Un mondo di uomini che si riferiscono ad un libro solo, schiavi del pensiero unico.

Big Pharma deve medicalizzare per trarre profitti. Così, non esiste più la persona, ma la malattia.

Dobbiamo vivere a lungo, ma sempre un poco malati, per consumare farmaci.

Le sofferenze individuali non si ascoltano più, inserendo l’individuo in un protocollo prestabilito.

Forse una tendenza a un cambiamento è l’utilizzo recentissimo di un vaccino RNA, studiato secondo le caratteristiche individuali.

Voglio concludere dicendo che spero di sbagliarmi, per questo lascio la parola a Bertrand Russel. Quando gli domandarono se avesse dato la vita per le sue idee, rispose: “assolutamente no, perché potrebbero essere sbagliate”.

Continuiamo a prenderci cura della persona con l’unica metodologia capace di rispettare questi principi che Hahnemann ha chiamato: omeopatia.

 Un caro abbraccio, amico mio.

 

Grazie infinite Francesco,

per questo dono che ci hai fatto.

La tua saggezza è cristallina e rispecchia il sentire di tutti che, alle volte o quasi sempre, percepisce questo mondo come un avversario da sconfiggere e da dominare…

Carlo    

 

      

 

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