ENERGIA UNIVERSALE – Seconda parte
Premessa per il lettore.
Questa lezione della dottoressa A. A. Rodriguez, che abbiamo diviso in più editoriali per una necessaria meditazione delle sue parti ricche di spunti su cui riflettere, è stata rielaborata, come risulta evidente dalla lettura e dalla esposizione grammaticale, rispetto alla trascrizione della registrazione dell’intervento frontale in aula. Intervento che il più delle volte era espressione di appunti sintetici che la dottoressa aveva scritto.
Nel caso di questo argomento, trattato più volte già dagli anni ’80, ci sono stati degli adattamenti nel tempo, proprio in virtù dell’emergere di nuove acquisizioni della scienza, in particolare della fisica e della genetica in termini di epigenetica.
La trascrizione della registrazione di questa lezione è stata effettuata da Flora Rusciano, allora segretaria e collaboratrice diretta della dottoressa.
Personalmente ho cercato di snellire il linguaggio parlato, cercando di tradurlo in lettura ma lasciando, quando possibile, tempi e pause e percezioni che la dottoressa Rodriguez era capace di imprimere ai suoi interventi illuminati!
Cosa che è evidente nella punteggiatura e nei tre puntini sospensivi spesso ripetuti.
Spero di esserci riuscito in parte… e…
buona lettura.
Carlo Melodia
L’oggettivazione dell’esperienza soggettiva
…Se non si tenesse conto che l’azione della psiche unitaria è indistruttibile e imperitura, fatto che noi possiamo recepire attraverso la sensazione e la percezione senza posa di questo nucleo psichico evolvente, unitario, capace di conservare il ricordo delle acquisizioni precedenti, come avviene dalla nascita, la vita diventerebbe, da un diverso punto di vista, diciamo astratto e filosofico, un enigma indecifrabile.
Ma qui, il pensante e il pensato sono inscindibili; ecco perché parliamo di soggetto che è pensante ed esperiente di un mondo unitario e solo apparentemente oggettivo.
Perché il tutto è semplicemente esemplificato dalla cultura ed esiste proprio nel linguaggio del soggetto come l’oggettivazione convenzionale e terminologica dell’esperienza con il nostro circostante.
Il circostante, che è comunque il nostro mondo, ha bisogno quindi di essere descritto e tradotto e identificato secondo categorie convenzionali per diventare oggetto di comprensione comune…
Parliamo quindi di una lettura comune per tutti o base culturale che conformi così l’esperienza in regole e definizioni in chiave convenzionale… in realtà, viene riscritto, nel nuovo linguaggio, secondo una terminologia sintetica qualcosa che unitariamente e a suo modo è stata sempre presente nella mente-coscienza individuale quando, attraverso l’intelletto, percepisce e distingue autonomamente senza una indicazione convenzionale precostituita e concettuale.
Perciò si studia, per rendere l’osservazione delle cose accessibile a tutti, per linguaggio e schemi logico matematici.
Da qui si consolida una scienza che analizza ed interpreta il circostante, oggettivandolo secondo i modelli emanati dalla mente-coscienza… tradotta in uno schema esemplificativo e razionale… ma, comunque, la mente, intellettiva, resta sempre soggetto pensante ed esperiente.
La cosiddetta cultura ci presenta, a questo punto, un mondo oggettivo, descrittivo, che è diverso da quello esperiente percepito e descritto direttamente dal primo “linguaggio materno”… spontaneo… lungi da essere un metalinguaggio…
Mi riferisco a quello della natura, ovvero proprio quel linguaggio semplice e diretto che ritroviamo nella sperimentazione pura omeopatica…
Vedete?
C’è già una analogia…
Il linguaggio materno esprime direttamente le sensazioni e le sofferenze senza servirsi della sintesi comune del linguaggio di costruzione logica che rappresenta solo un fatto definito mancante della spiegazione della sofferenza del malato portatore; come è intrinseco nella espressione meta scientifica della terminologia medica, comune a tutti i portatori di malattia…
algia…
mialgia…
insonnia…
diverticolosi…
tachicardia…
colite…
…
Il linguaggio vero della sofferenza del malato si serve del predicato verbale e di tutta la costruzione grammaticale, complemento ed avverbio, e descrive le percezioni e le reazioni o le incapacità dello stato di sofferenza istintivamente e peculiarmente e spesso con tonalità di voce (prosodia, utile soprattutto nella clinica pediatrica e veterinaria, N.d.A.) e di suoni che contribuiscono, assieme ai movimenti, allo sguardo, al colorito, alla sudorazione… alla causa scatenante, ad esprimere la gravità o l’urgenza di quella sintomatologia secondo diagnosi:
ho un dolore come se…
ho una sensazione come se la stanza ruotasse attorno a me…
ho la sensazione di avere mangiato un metallo fuso…
questa volta non ce la farò, chiamate il medico…
oppure…
il dolore alla schiena è in un solo punto e migliora con la pressione di un dito su quel punto…
i dolori si presentano solo alla notte dopo le due…
Il tutto evidenzia la differenza profonda di diagnosi di malattia e di clinica del malato in quella malattia.
Ritornando quindi, alla nostra disamina tra l’osservazione clinica del malato e la diagnosi nosografica, il tutto passa dalla analisi logica del linguaggio scolastico, alle scienze… dalla nostra istruzione convenzionale…
Dobbiamo dare sempre un nome convenzionale ed una interpretazione a tutto attraverso associazioni consolidate, in modo che l’osservato, il mondo, rappresenti, nella mente di ciascuno, edotto e istruito, uno stesso costrutto logico e percettivo.
Per fare un esempio, la visione di uno stesso oggetto, fatto o ricordo… viene vissuta e pensata nella propria lingua; italiano, inglese, francese… e prima della lingua?… certo la cosa stava comunque lì e nella nostra mente!
Ecco il punto, e da qui la necessità dell’educazione dei bambini sin dalla nascita… dalla notte dei tempi.
…il tutto sotto la spinta della filosofia spesso supportata dalla logica e dalla matematica e dai tentativi cartesiani di capire i modelli matematici intrinseci all’evoluzione e attraverso l’apparente laicità di strumenti stabili... i postulati di aristotelica memoria.
Come ci insegna la storia di Copernico per finire ad Einstein… nell’ambito del nostro sapere in questa attualità.
Allora, tutto ciò che cade sotto i nostri sensi, nell’autonomia di ciascuno, deve avere un nome comune…
Quelli inclusi nei vocabolari con tanto di significato e di sinonimi… e di una descrizione comune…
… e poi…
analisi logica e grammaticale… delle varie lingue… nel vincolo di regole emanate dalla psiche razionale e tradotte in un linguaggio convenzionale che fa riferimento a strumenti di analisi, teoremi e verifiche di fisica e di matematica.
Regole che, appunto, convenzionalmente, nella triade di filosofia, letteratura e scienza, descrivono il mondo oggettivo nei termini nei quali ci siamo abituati a “vederlo” e “pensarlo” nei vari periodi storico filosofici…
E poi la costruzione oggettiva nel mondo nella coscienza dei bambini… la casa, la rosa, gli alberi, il fuoco… la pecorella… la nuvola … il cielo …il sole… della prima alfabetizzazione, con tanto di immagini e di lettere esemplificative come mostrava la maestra alla lavagna o sulle figurine che consegnava passando tra i banchi, a noi bambini incuriositi.
Allora, ecco trasformarsi l’immagine naturale materna, quella propria percepita dal soggetto, in quella nuova immagine simbolica della convenzione che crea l’oggetto, ovvero la prima separazione, fissando con un termine comune, il pensiero esperiente del soggetto.
Per capirci… per ciò che sto dicendo ora… sto cercando di tradurre reversibilmente il linguaggio convenzionale, riportandovi indietro alla percezione originaria dell’intelletto… quella pura soggettiva e indefinita… forse quella che potrebbe svelare le cause dinamiche in un movimento di causa ed effetto.
Quindi, voglio riportarvi indietro nella unicità esperienziale di quel soggetto, che è in ciascuno di noi… nei termini naturali, e spogliato dal costrutto esemplificativo e logico delle definizioni comuni che necessitano di aggettivi o avverbi per descrivere la sofferenza, in assenza di sostantivi nella lingua di riferimento: ma questa è un’altra storia o la storia nella storia.
Quindi ritorniamo a quando eravamo bambini, con le prime sensazioni… che poi sono state oggettivate attraverso il freddo linguaggio, simbolico e diretto, della cultura.
Parliamo di quella cultura che è comunque ancora imprecisa e in difficolta di fronte a certe evidenze…
Come, almeno per ora, di fronte alla descrizione di un universo infinito che si espande…
O di fronte alla semplice imprevedibilità della evidenza dell’autonomia biologica del soggetto vivente, nel proprio ambiente unico e irripetibile… che sfugge alla descrizione matematica.
Quindi parliamo di un soggetto, l’uomo, impossibile da esprimere, almeno per ora (?) ma forse sempre, in un modello matematico che possa simulare e comprendere (da contenere), il vivente in termini di prevedibilità assoluta.
Ecco perché il pensante ed il pensato non possono essere separati nel mondo naturale; mentre lo sono nello schema culturale in auge… dove il pensato viene sistematicamente e inconsciamente rielaborato dalla nostra mente come luogo comune…
Che non è appartenente, apparentemente, al soggetto…
Come, ad esempio, il concetto di malattia…
La nosografia non parla, nel suo schema sintomatologico descrittivo, della sofferenza perché è impossibile razionalizzare qualcosa di umanistico attraverso i sintomi comuni della malattia…
Ma la nosografia della malattia parla solo di parametri e segni per la propria diagnosi…
Il tutto per poi essere ri-conosciuta in quel certo modo, e modalità… secondo logica… da quel medico, formato in tal senso, che osserva il malato trasformandolo in diagnosi solo per poterlo esemplificare, in un artefatto di riferimento, per cui si possa scegliere di conseguenza, quella certa terapia per quella certa malattia… parliamo della terapia in auge… almeno in quel certo momento storico-scientifico (oggi si chiamano LLGG, N.d.A.).
Ma non possiamo sempre fidarci ed affidarci, in medicina, alla stregua di quanto avviene nel mondo inanimato, al participio passato di ciò che è stato già descritto e consolidato, in un continuo sillogismo apparentemente logico, per prevedere, nel nuovo soggetto malato, venuto all’osservazione, lo stesso dinamismo già visto in un altro soggetto malato… associando di conseguenza solo quanto di comune c’è in malati della stessa malattia…
Il tutto sulla base delle osservazioni fatte in precedenza su altre persone ritenute convenzionalmente, apparentemente sovrapponibili… a seguito di una stessa diagnosi... ma non eravamo individui “unici ed irripetibili”?
Diventa quindi improbabile adattare una convenzione, come la nosologia e la nosografia di una certa diagnosi, su tanti soggetti che, proprio da soggetti, vivono in modo peculiare e irripetibile le loro dinamiche di malattia…
Mentre, al contrario, proprio per la individualità biologica adattativa di ciascuno, risulta clinicamente incoerente descrivere il soggetto storico, sulla scorta di un caso precedente di malattia, se non usando il mezzo della similitudine… quella dei sintomi osservati, malato per malato, piuttosto che i sintomi esclusivi o comuni della diagnosi di malattia.
Risulta, da tutto ciò, che il soggetto, persona umana, non può essere ridotto ad oggetto della scienza descrivendolo analogicamente ad un modello rigido e schematico, per convenienza logica, ma astratta biologicamente… solo per elaborare schemi terapeutici, per quella malattia diagnosticata, da suggerire ai medici…
… e la clinica del malato?
L’artefatto nosologico, per definizione e convenzione, prescinde dal malato, soggetto storico, e quindi è lontano anche da quel tutto che può essere solo descritto in termini di similitudine piuttosto che di eguaglianza… eguaglianza che nel vitalismo autonomo della natura biologica, semplicemente non esiste.
In aggiunta, nulla può essere causa di se stesso… e ogni tappa in biologia non è un risultato meccanico prevedibile… in quanto la vita e il suo vitalismo autonomo ed evolutivo rappresentano vasi comunicanti energeticamente con l’ambiente; con il quale si modula per opportunità adattativa individuale.
Non possiamo perciò parlare di malattia come se fosse un sistema isolato, uguale per tutti i portatori… né di cause esterne efficaci capaci di produrre su tutti una stessa risposta biologica… dalla puntura di zanzara o all’asma da polline… e ancora… è evidente che in assenza di predisposizione interna possiamo considerare l’ulcera gastrica solo come conseguenza della iperacidità dello stomaco tout court… ma, prima, l’acidità cosa la aveva provocata?… e ancora prima?...
Senza considerare la catena predisponente di qualcuno in cui una arrabbiatura finisce con un infarto…
O ancora quando la semplice introduzione in bocca di una cipolla può provocare una anafilassi solo in alcuni soggetti.
… badate…sono tutti esempi reali… e allora?...
Quale dovrebbe essere la terapia?
Quella acuta?… farmacologica?... indirizzata ad annullare la reazione al primo stimolo efficace?
Sì! Certo!
Anche quella… se fosse necessario clinicamente, come salvavita… ma ciò non annullerebbe la predisposizione del soggetto storico ad ammalare in una certa direzione e con quella intensità… per poi riproporre la stessa tendenza di malattia…
Perché la malattia è sempre un risultato non casuale… anche quando le cause sono apparentemente esterne.
E siamo ritornati al malato… … la visione determina l’opportunità della terapia… ma quale?
Quella esclusiva della malattia?
Basata sui meccanismi chimici e farmacologici?
O quella che rimoduli la tendenza della “Vis” al mancato adattamento che ci ha portato allo stato di malattia?
Allora… se il participio passato descrive qualcosa che è già avvenuto in altri, in termini nosografici e nosologici, all’opposto, l’osservazione del malato diretta è coerente con il dinamismo in fieri: l’osservazione reale del malato risulta quindi analogica al participio presente e a quello futuro della perifrastica attiva… piuttosto che al ricordo di un fatto accaduto come esplicita il participio passato… ricordo isolato e privo di attività nel suo significato grammaticale… questa malattia è stata curata con questa terapia… però, in quel caso di quel malato… e poi tante avvertenze di effetti collaterali o indesiderati o controindicazioni da verificare durante l’assunzione… perché il malato, quello esperiente che sta di fronte al medico, portatore, anche, di una stessa malattia, ha una propria peculiare idiosincrasia…
Il tutto rispecchia bene il dinamismo della vita, ovvero un movimento individuale che sta avvenendo secondo un continuum: un participio presente e futuro… proprio quello descritto in analisi logica... in questo caso l’espressione grammaticale ci aiuta a capire…
Ma è questa la cosa straordinaria dell’omeopatia, quella di osservare il malato nella sua unità psichica e fisica adattativa dinamica di soggetto storico: passato, presente e futuro rappresentano una unità imprescindibile nella clinica del malato… parliamo di energia e di dinamismo conseguente e coerente nella sua unità…
Il tutto attraverso i dati che ci fornisce l’esperienza sperimentale di una certa droga-rimedio e nei termini di una risposta individuale e naturale e alle sue proprietà; quelle patogenetiche specifiche.
Questo costrutto sperimentale diventa contemporaneamente conoscenza delle cause di malattia e dei rimedi… che a loro volta mostrano il loro volto patogenetico proprio sull’uomo sperimentatore, in un unico momento… soggetto ed oggetto diventano una sola cosa… uno stesso piano di energia per quantità e qualità…e da qui la terapia…
Allora come distinguere il soggetto dall’oggetto?... e per quale motivo?
A questo punto, quel rimedio che agisce sul medesimo piano della sofferenza del malato, secondo similitudine ed analogia, sarà naturalmente la sua cura…
E da qui… assistiamo alla verifica del tutto attraverso la guarigione, supposta dai dati sperimentali e guidati dalla metodologia… caso per caso… essa viene così a chiudere il circolo epistemologico omeopatico “per fatti evidenti” (Hahnemann, N.d.A.).
Proprio nella sperimentazione omeopatica, come è evidente, nulla è lasciato alle supposizioni o alle ipotesi di riproducibilità di eventi e di verifiche…
… e sempre perché siamo in un unico campo di energia, dove il dinamismo della vita si confronta con ogni piano che abbiamo identificato (finora): fisico, chimico, biologico e psicologico… tutto ciò avviene in tema di adattamento continuo del sistema aperto con l’ambiente... esso va solo letto nella sua autenticità naturale in continua trasformazione!
Come potrebbe essere, se non ci fosse tutto questo?
Un unico campo di energia in costante adattamento?
Come potrebbe essere che una droga, una qualsiasi sostanza in natura, diluita all’infinitesimale e dinamizzata, induca un cambio patogenetico in una persona in uno stato di salute psicofisica?
Allora, dobbiamo avere la consapevolezza profonda di capire che agiamo e agiremo con l’energia, attraverso l’energia e dovremo capire questa energia… e che abbiamo i mezzi per farlo secondo similitudine!
… ancora una volta, emerge ciò che unisce micro e macrocosmo, energeticamente! … quel vitalismo ippocratico descritto dal Maestro in termini di percezioni e reazioni relative agli influssi: astronomici, metereologici, alimentari, relazionali e stagionali e… sofferenze attuali nella concatenazione di quelle precedenti…
L'uomo oggi è al culmine di una evoluzione psichica, non meno che fisica… e noi possiamo riscontrarla nella specie animale in manifestazioni dapprima ottuse, negli esseri inferiori, poi sempre più chiare ed elevate, fino a diventare in alcuni mammiferi superiori un diminutivo della nostra intelligenza... almeno in apparenza.
… anche qui, su questo piano, lo sviluppo individuale, l'ontogenesi, ripete lo sviluppo della specie, la filogenesi.
… come si osserva nei bambini in cui riappaiono i vecchi istinti: marcia quadrupede, linguaggio inarticolato, crudeltà, egoismo, etc.,
… come probabilmente noi sembreremmo bruti all'essere che fra mille secoli avrà raggiunto il più alto grado di evoluzione.
Un individuo normale può regredire in determinate circostanze e ne abbiamo molti esempi, purtroppo: brutalità, assassinio, stupro, perversione, sadismo… oppure semplicemente vedersi privo di controllo personale, che è l'acquisizione più recente della sua costituzione psichica… spesso alterata dall’uso di sostanze drogali a base di acidi che distruggono parti del tessuto cerebrale…
Sono tutti esempi che purtroppo, oggi, fanno da contraltare alla evoluzione umana… la nostra vita attuale è dunque in ogni momento null'altro che un risultato… solamente un risultato.
Queste considerazioni convergono, spiegano e si comprovano con la nostra esperienza sperimentale e clinica: noi raccogliamo dal soggetto malato un risultato, una sintomatologia personale dinamica che ci permette di individuare la sua unità e soggettività sofferente… il cambio dallo stato di salute a quello di malattia… il tutto attraverso le proprietà della droga-rimedio …
Dalla sperimentazione e dal suo linguaggio, naturale e diretto, della sofferenza risulta quanta sovrapposizione e stratificazione c’è stata in medicina per descrivere convenzionalmente gli stati di malattia… allontanandosi così dalla vera sofferenza del soggetto in esame: sensazioni espresse nel linguaggio naturale e diretto.
…e nel senso di relazione con l’ambiente che si sintetizza in: nutrizione, ricambio, istruzione, educazione, etc.
Diventa evidente che noi saremo domani il risultato di oggi, e che ogni giorno prepariamo, da soli, la tappa seguente.
Così è per un individuo,
… così è per una famiglia,
… così è per uno Stato-Società,
… così è per una generazione
… così per l’intero futuro dell’esistenza
Continua…

