EDITORIALE[1]
Francesco Eugenio Negro, figlio di Antonio Negro (già fondatore dell’AIMOH, cofondatore della LUIMO e allievo del Pende), rappresenta nei termini storici, filosofici e scientifici un riferimento irrinunciabile nell’attualità medico-omeopatica internazionale e per noi della LUIMO; dove ci arricchisce, nei termini di formazione del medico di impronta ippocratica, con i suoi insegnamenti e soprattutto con le sue riflessioni in continuo divenire. Così come dimostrano i suoi numerosi ed apprezzati saggi e pubblicazioni e raccolte di documenti storici irrinunciabili tra cui l’ARCHIVIO GIOACCHINO POMPILI - RIVISTA OMEOPATICA[2],da poco iniziata (2° volume) che rappresenta un’opera monumentale e benemerita per la documentazione storica omeopatica recuperata e che abbraccia tutti i settori: esperienza, clinica, ricerca, confronto scientifico, legislazione, veterinaria e tutta la possibile documentazione in tema di Omeopatia a partire dal 1855.
Questa nostra rubrica, “il tema del giorno”, non poteva mancare di pubblicare, per i nostri lettori, il “discorso di prolusione” di Francesco Negro fatto alla apertura del 69° anno accademico della LUIMO il 17.01.2026, che riportiamo di seguito.
Grazie Francesco.
DIALOGO E OPPOSIZIONE di Francesco E. Negro[3]
Antonio Negro definisce le caratteristiche dell’omeopatia: ippocratica, hahnemanniana, accademica.
Come è noto, è Ippocrate a evidenziare i principi della medicina. Contraria contraris curantur e similia similibus curantur.
Hahnemann trasformerà curantur in curentur per sollecitare, invitare alla scelta di questa terapia.
La medicina quindi, per Ippocrate era una.
L’utilizzo dei simili e dei contrari avveniva opportunamente, secondo le necessità individuali del paziente.
Hahnemann è l’inventore delle parole omeopatia e allopatia che dividono la medicina se non vengono lette in chiave ippocratica. Cioè l’utilizzo delle differenti metodiche, secondo scienza e coscienza, nell’interesse del paziente che, primum non nocere, deve essere sempre anteposto a qualsiasi convinzione personale.
Hahnemann scrive un interessante testo: La medicina dell’esperienza. Illustra le proprie conoscenze mediche che si estendono dalla dietologia, all’igiene, alla terapia.
L’esperienza diventa la guida. Hahnemann fa molte traduzioni, meglio forse chiamarli commenti, di testi di illustri clinici dell’epoca.
Queste traduzioni sono poco lette, facendo così venire meno una conoscenza completa del pensiero hahnemanniano dove si evidenzia come si interessi alle scoperte scientifiche contemporanee che lo porteranno a interessanti intuizioni come: le vitamine, i microbi, l’igiene, il distanziamento nelle epidemie…
Hahnemann è uno scienziato, che ama talmente la propria intuizione della terapia dei simili, che ritiene solo opera sua come innovatore (si definisce il Lutero della medicina) da negare l’importanza che Paracelso ha avuto nel suo pensiero, affermando di non averlo mai letto.
Come tutti, Hahnemann aveva dei difetti, è normale, uno di questi con l’aumentare degli anni, è stato un pensiero unico.
Solo l’omeopatia è la vera medicina!
Questo avvenne soprattutto a Lipsia, quando, dopo un pagamento e la discussione di una tesi, fu ammesso come docente all’università.
Le aule all’inizio piene lentamente si svuotarono. Troppa polemica!
Poi nel 1831 il testo L’allopatia suona come una dichiarazione di guerra e di inefficacia terapeutica a chi non segue il suo pensiero. Sarà Hufeland, professore di terapia medica a Berlino a rispondergli con Homeopathie, due articoli apparsi sul suo Journal. Mentre Hahnemann attacca, Hufeland è accattivante, elenca vantaggi e limiti del pensiero di Hahnemann.
Dopo questa premessa che riguarda storia e pensiero di Hahnemann che, forse, chi si interessa di omeopatia dovrebbe conoscere per apprezzare i meriti e valutare i limiti, vorrei arrivare alla conclusione che, se il dialogo è costruttivo, l’opposizione, come l’odio che fa male solo a chi lo prova, è inutile e distruttiva.
Infatti, la terza caratteristica dell’omeopatia per Antonio Negro era accademica.
In questa parola non c’è solo l’idea dell’insegnamento ma anche quella del dialogo con le istituzioni mediche.
Del resto, Negro, come docente universitario a questo giustamente aspirava.
Una medicina che riprendesse il buon senso di Ippocrate che guardava al paziente prima del proprio pensiero.
Hahnemann seguiva, come si è detto, le novità mediche dell’epoca, come la scoperta degli alcaloidi. È quello che deve fare il medico che pratica l’omeopatia. Non limitarsi a conoscenze chiuse ma essere aperto a tutte le novità, aggiornandosi costantemente, cercando di vedere in queste novità come venga confermato il metodo omeopatico.
La novità omeopatica è l’essere una medicina individuale, è questo il campo d’azione soprattutto nelle malattie croniche, (senza negare la sua efficacia anche nelle acute), dove le sovrastrutture emotive si sono fossilizzate aggravando la patologia.
La ricerca medica moderna porta a confermare con l’epigenetica il rapporto che ognuno di noi ha con l’ambiente e con lo stress. Questo è studio di complementarità non di sterile polemica.
Come scriveva Popper, se ognuno di noi ha una cornice che rappresenta il suo pensiero, da un dialogo deve manifestarsi una cornice più grande che le comprenda tutte.
La scienza progredisce perché sa di essere ignorante.
L’affermazione dogmatica di verità assoluta fa solo regredire, e in un mondo in così veloce evoluzione appare solo ridicola.
La medicina è una e deve dialogare nelle sue più diverse sfumature.
L’omeopatia può insegnare all’Accademia l’importanza dell’individuo e questa può insegnare all’omeopatia il metodo. Si deve pensare a una scienza aperta priva di pregiudizi. Il dogmatico omeopatico davanti a una malattia personale grave che cosa fa? Sceglie per lui la terapia migliore qualunque essa sia. Lo stesso deve fare nei confronti del paziente al quale, per un imperativo categorico ad amare, deve prescrivere quello che prescriverebbe a se stesso.
Il medico esiste perché esistono i pazienti. Sono il fine dell’essere medico, le terapeutiche sono solo il mezzo per prendersi cura di chi soffre.
