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Il Tema del giorno

a cura del Dott. Carlo Melodia
Presidente della LUIMO

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Medicus e Scienza

Uno sguardo al passato, al presente e al futuro

Il termine Medicus è strettamente legato alla persona umana, non può esistere senza il malato.

Medicus è espressione del verbo medeor, significa provvedere, rimediare…

Quindi, l’azione dedicata da una persona al fratello malato, non è solo espressione di qualcosa di pratico, come una applicazione scientifica lineare e preconcetta sulla astrazione della malattia.

La malattia rappresenta una condizione comune nei termini della sua definizione, ma richiede una riflessione in primis sul suo portatore, il malato:

cosa che impegna l’intelletto e… solo dopo la ragione.

Siamo all’“Observatio et Ratio”: secondo la Dottrina di Ippocrate.

L’Observatio, implica il primo momento della anamnesi, senza preconcetti, secondo il processo induttivo e di conoscenza diretta del soggetto storico che soffre.

L’Observatio è unitaria e riassume in sé l’arte medica umanistica; che è anche filosofia.  

È quel momento in cui il Medicus osserva il malato come soggetto della sua malattia e della sua sofferenza peculiare.

Il malato, soggetto, è una complessità dinamica, unitaria, psico-fisica-relazionale, che sfugge alla regola scientifica della costanza di risposta ad uno stesso stimolo, per la definizione stessa di individuo biologico irripetibile.

Di conseguenza, il malato non può essere descritto aprioristicamente in un libro di patologia, come avviene per la descrizione nosografica di una certa malattia di cui è portatore nella sua caratterizzazione e risonanza di mente, corpo e relazioni ambientali.

Analogicamente, non si può neanche associare alla malattia una terapia preconcetta visto che la diagnosi nosografica non può considerare l’individualità biologica del portatore della malattia e quindi neanche la sua peculiare idiosincrasia biologica di soggetto storico.

Infatti, la definizione di malattia, dalle sue origini, porta ad oggettivare e ri-conoscere, attraverso sintomi comuni, tutti i portatori della stessa; il tutto esclusivamente per ridurre la complessità della soggettività, che sfugge alle tabelle precostituite, e collegarla alla semplificazione matematica dei parametri della malattia in una difficile approssimazione.

Parliamo di una scorciatoia che perde di vista la persona umana nella propria complessità di portatore di malattia.

Una branca umanistica che si serve della scienza?

L’ Observatio ippocratica del malato, descritta dal medico scienziato, come indicato da Ippocrate nella sua Dottrina, ovvero un medico conoscitore delle discipline della vita, compresa la filosofia, diventa la costruzione irrinunciabile di quella complessità unica sofferente che, secondo metodo, basato su principi costanti, vedrà nella ratio e solo allora, il ricorso alla scienza: ma, caso per caso.

Avere ribaltato i termini della visione Ippocratica, da parte della medicina occidentale moderna, che pur si definisce ippocratica, e avere cercato una stabilità preconcetta nella nosologia della malattia in rapporto lineare e biunivoco con il protocollo terapeutico, ha comportato: una instabilità nel tempo dei protocolli terapeutici man mano che essi venivano sperimentati su un numero crescente di soggetti portatori della stessa malattia.

In realtà, i portatori di una stessa malattia sono risultati individui peculiari per soggettività biologica e reattività nonostante, in quel momento storico, siano affetti da sintomi comuni simili: quelli della malattia.

Questa precarietà evidente nella risposta instabile alle terapie calibrate per la malattia è la conseguenza di una speculazione deduttiva quale è l’astrazione biologica del concetto di malattia stessa (disease).

Detta astrazione, nel suo sviluppo parcellare, ritenuto avulso dalla complessità del malato che soffre (tranne che dalla bioetica, almeno nelle sue affermazioni di principio), ha distolto il medico dalla osservazione delle cause vitalistiche complessive che soggiacciono alla sofferenza (illness).

La specialistica medica, con l’aiuto improprio dell’analisi scientifica, sempre più analitica e lontana dall’unità del soggetto della sofferenza, in termini di correlazione sistemica, diventa sempre più settoriale e frammentata: anche didatticamente negli studi universitari.

Quindi, non più un solo trattato di chirurgia e uno di medicina che descrivono le singole patologie in senso unitario e sistemico riportandole al soggetto malato; ma la separazione settoriale di organi e funzioni, descritte in più libri monografici.

Tutto ciò fa emergere un confine artificioso, perché inesistente nella natura vivente, tra una funzione e l’altra come tra organi ed apparati; ma anche una limitazione di visione clinica e di competenza medica.  

Di conseguenza, anche la farmacologia ha ricercato farmaci ad azione sempre più parcellare.

Spesso la loro azione inibente distrettuale necessita poi di altri farmaci per la protezione degli ambiti biologici collegati ed implicati a causa dell’interferenza farmacodinamica e farmacocinetica di gruppo; sovraccaricando alla fine le funzioni degli organi emuntoriali in un vero e proprio conflitto che determina una nuova malattia definita iatropatia; che deve essere a sua volta trattata.

A ben vedere, in realtà, la farmacologia modula solamente l’espressione finale e visibile nei termini descrittivi di cause soggiacenti; predisposizione e idiosincrasia biologica individuale.

Basti pensare alle tendenze che emergono già nel bambino, non solo ad avere certi comportamenti, ma anche ad ammalare solo in una certa direzione.

Non solo per individualità di specie ma anche personale.

Un cane e un uomo non sono sensibili ad uno stesso stimolo o agente biologico,

come due persone non possono infettarsi, pur in un contatto ravvicinato, con lo stesso germe, se non c’è la stessa disponibilità biologica: il terreno recettivo. 

Potrebbe fare riflettere il fatto che l’azione di un gene o più può essere slatentizzata da un quanto di energia, da un pensiero o dalla visione di un cibo da parte di un affamato che inizia a salivare. Stimoli di diversa natura.

Mentre, per ora, nella visione organicista del malato, la lettura scientifica è principalmente ferma alla mappa biochimica e fisiopatologica.

Ma la chimica rappresenta il livello finale di una cascata biochimica che esprime il risultato di una causa soggiacente nella predisposizione storica del soggetto considerata solidale con l’ambiente (igiene) in cui si vive.

Ciò dà la misura di quanto l’intervento farmacologico abbia soprattutto un significato palliativo, incidendo sui parametri della manifestazione acuta ma non modificando la tendenza a recidivare, non avendo rimosso la causa efficiente... in quel soggetto storico

Naturalmente da tutto ciò si esclude la chirurgia d’urgenza e la microchirurgia come la farmacologia “dell’estrema ratio” che diventano necessarie opere benemerite della medicina tutta.

Quindi la prevenzione, nella visione ippocratica vitalistica dell’uomo, dovrebbe essere il faro di ogni medico.

La scomparsa quasi totale del Medicus oggi dipende dalla perdita di riferimento unitaria della persona con il suo ambiente e dalla ricerca costante di una causa ed effetto stabile e sicura: cosa che però riduce il malato ad una macchina termica in eterna manutenzione e quindi con la sua entropia, dissipativa, ulteriormente incrementata, come recita il II Principio della Termodinamica dei Sistemi Aperti: quali sono i viventi.

Un auspicio

Nella nostra sala storica della LUIMO abbiamo visto più volte sedersi, per assistere alle nostre lezioni e a quelle dei nostri Maestri, Rodriguez e Negro, veri e propri Medici, menti eccelse e cattedratici, della medicina convenzionale.

Venivano con il libro di Hahnemann in mano e si sedevano, spesso nell’ultima fila.

Molti di loro divennero nel tempo docenti del Comitato Scientifico Interdisciplinare della LUIMO, diretto per decenni da Goffredo Sciaudone, e ci impartirono lezioni magistrali indimenticabili sulla conoscenza unitaria del malato; senza essere omeopati, ma uomini di cultura centrati verso una medicina della persona.

Medici che, compresa la natura del malato, pur nella gestione del farmaco chimico, impostavano la terapia nella esclusiva necessità di quel soggetto storico, abiurando alla generalizzazione delle LLGG che di fatto sostituiscono il medico scavalcandolo.

L’ipotesi del protocollo precostituito sulla malattia, a prescindere dall’anamnesi storica del malato portatore, riduce il medico ad un prescrittore acritico e in continuo conflitto etico e deontologico in riferimento agli articoli 12 e successivi del Codice professionale…  e il malato… persona umana che soffre?

Il Medicus è anche colui che vigila attentamente e conserva e preserva l’arte medica!

Sarà esso in grado di sopravvivere all’onda montante che vede schierata anche l’AI?

Il tutto funzionale all’assetto socioeconomico che detta regole e principi da osservare quasi sempre in contraddizione con i principi etici, non scritti, ma percepiti nel profondo sentire di ognuno?

Siamo comunque fiduciosi che l’intelletto possa resistere alla fuga in avanti di una ragione nichilista e fuori controllo e funzionale solo a soddisfare se stessa.

Per questo obiettivo proseguiremo, per affinità elettiva e con la forza scaturita dall’esempio dei nostri Maestri, a condividere nel tempo, con i nostri studenti, gli insegnamenti ricevuti… animati esclusivamente da spirito di servizio verso una conoscenza che non può essere diluita e sostituita da una equazione dal risultato improbabile, in termini di finalità e interesse per la persona umana!     

Carlo Melodia

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