Pubblichiamo con grande piacere questo lavoro di un giovanissimo Dr. Proceso Sanchez Ortega sul significato da attribuire ai concetti di salute e di malattia ed alla loro relazione. Traduzione di Maluela Borsari. 

Il lavoro fu prsentato ed approvato nel 2° Congresso Messicano di Omeopatia. Pubblicato sulla rivista La Homeopatia en el Mundo, anno II maggio-giugno, 1951, n. 3.

Dr. PROCESO SÁNCHEZ ORTEGA

Si tratta senza ombra di dubbio di un azzardo per un principiante come me, trattare un tema della trascendenza e fondamentale importanza come quello che comporta il paragrafo 26 dell’ “Organon dell’arte di curare” del Dr. Samuel Cristiano Federico Hahnemann, glorioso fondatore della medicina Omeopatica, eppure non volendo lasciar passare un’occasione così speciale come quella che rappresenta questo 2° Congresso Nazionale di Omeopatia, mi permetto di sottoporlo alla benevola valutazione dei fratelli omeopati congressisti. Con la viva speranza, non di convincere cosa che implicherebbe un’accettazione, ma di conseguire un’ampia e valida analisi , che sarà senza alcun dubbio, positivamente esplicativa e determinante.

Con questa premessa mi permetto di dire:

Credo che siamo in condizione di affermare che per tutti i medici, l’idea di salute, va unita all’idea di equilibrio, così come l’idea di malattia a quella di squilibrio. Specialmente per i medici omeopati, la malattia è lo squilibrio della forza vitale, lo squilibrio tra la volontà e la ragione, equivalente allo squilibrio organico-vitale. Al contrario, la salute, è l’equilibrio instabile di tutti gli elementi dell’essere tradotto in uno stato di esistenza indefinibile ed incosciente: il benessere.

Mi permetto di sollecitare la vostra attenzione nel seguirmi nell’insistere su queste considerazioni che sono indubbiamente fondamentali per porre le basi di una dottrina medica.

La suddetta idea di salute, o meglio il precedente concetto di salute, è quello di uno stato di esistenza con le caratteristiche di indefinibile e incosciente e con il risultato finale di: benessere. Si potrebbe aggiungere, con una spiegazione breve, che la salute è questo stato di esistenza, di corrispondenze infinite, tra guadagni e perdite, tra consumi e riserve, questo è un equilibrio tra un’infinità di funzioni, che mantengono un’armonia estetica all’interno di un meraviglioso laboratorio costituito da l’ essere chiamato “uomo”. È altrettanto importante stabilire o ricordare che questo equilibrio e quest’armonia che costituisce la salute, deve essere valutato non solo all’interno del proprio essere ma anche fuori di esso, o in altre parole, l’individuo in stato di salute deve essere in armonia con se stesso e con i suoi simili.

D’altra parte viene riconosciuta, ed è di necessaria accettazione, ciò che la malattia è: uno stato di esistenza. Questo vuol dire che si può vivere assoggettati alla malattia o dentro di essa, si può vivere malato per molto tempo, e si può trascorrere una vita intera, sebbene lunga, con la malattia.

Dunque, questo si realizza come è risaputo, grazie allo sforzo potente della natura umana, che come parte della Natura intera, tende sempre a conservare il creato, a mantenere l’esistente, a ricostruire. Pertanto ora, la piccola tesi che si vuole mostrare, consiste nell’affermare che: questa esistenza all’interno dello stato patologico, si può ugualmente definire in modo proprio un equilibrio. La malattia, come la salute, è un equilibrio. Analizzando alla luce della ragione più pura e pertanto più semplice, i concetti dei quali ci siamo serviti per arrivare a questa conclusione e ricordando che sono giustamente i contenuti della dottrina medico-omeopatica diciamo che: sebbene sia certo che il primo equilibrio al quale ci siamo riferiti e che rappresenta lo stato di salute, si rompe a causa dell’azione dell’agente morbigeno che scatena una serie di perturbazioni nell’organismo, corrispondenti a tutte queste azioni e reazioni che costituiscono i distinti sintomi e segni dei quali ci serviamo per riconoscere, definire, e trattare la malattia, non è meno vero che quest’ultima, rappresenta come già abbiamo stabilito, un nuovo stato di esistenza tanto completo e fisiologico come quello normale. Questo perché la Fisiopatologia nonostante il suo carattere patologico, non cessa di essere Fisiologia, e anche perché questa Fisiopatologia, implica queste molteplici corrispondenze tra perdite e riserve, tra esagerazioni ed inibizioni e in generale le corrispondenze tra tutte le funzioni dell’organismo. In opposizione allo stato di salute, questo nuovo stato di esistenza ha come caratteristica la cessazione dello stato di incoscienza, il rendersi definibile [attraverso i sintomi][1] e il presentare come risultato : il disturbo, il disagio, il malessere.

“La malattia non può essere considerata come un’entità: come un essere estraneo all’individuo né tantomeno come una negazione, piuttosto come un modo di essere dello stesso “Uomo”. (Dot. Pérez Pat Gral).

“La malattia” come anomalia di struttura, perturbazione di funzione e modificazione dell’insieme non deve considerarsi come un nemico tangibile contro il quale si può combattere, né come uno stato antinaturale , né come un castigo divino. “È un modo di essere dell’organismo umano”. (Dr. Pérez Filosofía).

“La malattia è l’insieme di fenomeni, determinati in un organismo che soffre l’azione di una causa morbosa e reagisce contro di essa”, G. H. Roger. (Uno dei medici più materialisti della Scuola Antica).

“La malattia non può mai essere manifestazione di un disaccordo, ma piuttosto di combinazioni di forze moltiplicate dall’istinto di conservazione della vita. Il dinamismo vitale, combina, attiva ed ordina le sue forze meglio durante lo stato patologico che durante quello normale”. (Dr. Pérez Filosofía de la Medicina).

I molteplici esempi, con i quali, autori tanto diversi ci dimostrano che la malattia non è altro che lo sforzo o l’insieme degli sforzi attraverso i quali l’organismo cerca di tornare al suo stato di benessere precedente, o stato di salute, deve servirci per dimostrare non solo il potere curativo della natura, giacchè è lei che produce, da forma e cura le malattie, ma anche a considerare in modo ampio che questi sforzi, immediati o lenti a seconda della localizzazione e della necessità dell’azione, costituiscono un vero, evidente stato di esistenza e pertanto di equilibrio; si realizzi esso nel periodo determinato di una malattia ciclica, o in quello lungo e indefinito di una malattia aciclica o cronica. Tale equilibrio è indispensabile all’interno dell’organismo anche senza la partecipazione della totalità (quando è necessario inibire una funzione o isolare una parte) un equilibrio compensatore o d’emergenza, momentaneo o prolungato, ma comunque un equilibrio in definitiva; dato che lo squilibrio in sé, sarebbe la distruzione e la morte. Se quest’ultima affermazione ci sembrasse relativamente inaccettabile, mi basta il riconoscimento del fatto che la malattia, come la salute, è uno stato di esistenza. “La malattia come la salute sono gli aggettivi del sostantivo Uomo”. Disse il Dr. Pérez e che l’alterazione dello stato di esistenza chiamato salute, costituisce qualcosa che definiamo malattia.

Dunque, il genio di Hahnemann, fondatore della Dottrina Omeopatica, nello stabilire la terapia basata sulla Legge dei Simili, afferma più volte a partire dal paragrafo XXVI nel quale lo puntualizza chiaramente, che la malattia naturale si vince e distrugge attraverso la malattia medicamentosa.

“Una malattia dinamica nell’organismo vivente, si vince e distrugge in modo definitivo attraverso un’altra malattia artificiale più forte, sempre che questa, senza essere della stessa natura, le assomigli molto nella sua modalità di manifestazione”.

Molti autori commentando i punti di vista filosofici che implica l’Omeopatia esposta da Hahnemann, arrivano a disprezzarla in modo più o meno velato in quest’ aspetto. Sia perché il criterio del Maestro di Meissen non coincide del tutto con il loro sistema filosofico di preferenza oppure il loro credo, o anche per la libertà d’ interpretazione che porto Hahnemann, con la sua visione di genio e saggio, a non dare ad una dottrina eminentemente scientifica e soggetta alla sperimentazione in tutti i suoi aspetti, un carattere dogmatico.

Pertanto sostengo che non dobbiamo mai collocare la filosofia Omeopatica all’interno di un qualsiasi sistema filosofico che implichi necessariamente un dogma, bensì che, La filosofia omeopatica, sia, Filosofia Omeopatica. Che essa sia filosofia medica a partire dall’uomo, dalla salute e dalla malattia. Credo che su questo 2°. punto tutti possiamo essere d’accordo. Anche se nessuna premessa è necessaria affinché la ragione pura possa andare in aiuto di Hahnemann quando cerca di spiegare il meccanismo di funzionamento della Legge dei Simili come ripete in molte occasioni nelle sue diverse opere e soprattutto nel paragrafo 26 dell’Organon già citato.

L’alterazione dello stato di esistenza che costituisce la salute, determinato dall’agente morbigeno o dalla causa efficiente, qualsiasi essa sia, conosciuta o meno, è da tutti chiamata malattia.

Allora, Perché non chiamare così, anche l’alterazione dello stato di esistenza che costituisce la malattia naturale e che è opera del medicamento omeopatico?...

Se affermiamo che basta accettare e concludere che il medicamento stimola l’organismo nello stesso senso delle sue reazioni, questo [di per sé][2] non costituisce una spiegazione del meccanismo d’azione della legge dei simili; poiché sorge spontanea la domanda: In cosa consiste tale stimolo?

È per caso un’esacerbazione dei sintomi, dato che l’organismo fa e da la forma alle malattie;

quale spiegazione daremmo alla soppressione delle pericolose membrane difteriche (che l’organismo produce come “difesa”) in virtù dell’azione del medicamento omeopatico?

Quale corrisponderebbe all’eliminazione delle contrazioni mortali del tetano?

Quale alla soppressione attraverso il medicamento omeopatico, di una reazione organica nella quale predomina una diarrea sfiancante come quella di arsenicum o piuttosto di una diatesi emorragica che corrisponde a Fosforus?

È vero che non ci si immagina che il medicamento stimola solo l’organismo nello stesso senso delle sue reazioni naturali?

D’altra parte: come si può concepire che la sperimentazione pura di un medicamento produca nell’uomo sano un’alterazione determinata e caratteristica, che chiamiamo malattia?

E perché non chiamarla malattia quando è riconosciuta nel malato oppure quando questa sostanza è somministrata al malato che in quanto tale è un essere molto più attivo e sensibile dell‘uomo sano nella maggioranza dei casi, per non dire in tutti, e sul quale l’azione di questo medicamento deve essere più profonda e completa?

Non si deduce facilmente che la guarigione si realizza in virtù dell’impossibilità di coesistenza di due azioni simili, così come è impossibile occupare uno spazio con due corpi simili nello stesso momento?

Non vi risulta che il cosiddetto aggravamento medicamentoso è una dimostrazione che pone in evidenza lo spiazzamento della malattia naturale mediante quella artificiale, quando la dose è eccessiva in relazione alle necessità dell’organismo?

Così lo espone il Maestro e mi sembra che tutto ciò che serva per accettarlo è: Percepire con la comprensione più libera il significato dei termini, già stabiliti precedentemente dalla stessa dottrina medico-scientifica. Per ampliare questa tesi hahnemanniana mi permetto di citare di seguito la conclusione fondamentale alla quale perviene un celebre uomo di scienza e stimabile ricercatore nel campo della Psicoterapia, fondatore inoltre della moderna Psicoanalisi, il Prof. Sigmund Freud nella sua opera dedicata allo studio delle Nevrosi.

Questo medico che estraneo alla Omeopatia come molti altri nelle diverse epoche, arriva, dopo innumerevoli ragionamenti e sperimentazioni a confermare alcune delle grandi verità annunciate dalla dottrina di Hahnemann, che con il passar del tempo, va in questo modo, affermando sempre più fermamente la sua qualità di genio.

Ebbene, diciamo che Freud conclude sul tema delle Nevrosi che: “sono curabili solo quelle chiamate di trasfert” ovvero: Le nevrosi che possono essere sostituite da altre artificiali, distruggendo queste e lasciando lo stato di salute.

Letteralmente dice, spiegando il meccanismo di cura già citato: Risulta, in effetti, che ci troviamo già dinanzi la malattia primitiva fino all’apparizione di una nuova nevrosi trasformata che è venuta a sostituire la prima”. “Questa nuova edizione dell’antica condizione però, è nata davanti gli occhi del medico, il quale si trova posizionato proprio nel nucleo centrale della stessa, e potrà pertanto, orientarsi più facilmente. Tutti i sintomi dell’infermo perdono in questi casi la loro primitiva significazione e acquistano un nuovo significato che dipende dal trasfert, sparendo a volte, fino a quelli che non hanno subito modificazioni. “La cura di questa nuova nevrosi artificiale, coincide con quella della nevrosi primitiva, oggetto vero del trattamento, realizzando così i nostri propositi terapeutici”.

Possiamo sintetizzare tutto ciò esposto dicendo:

- Se si chiama malattia l’alterazione trascendente di uno stato di esistenza (salute); alterazione che scatena una serie o successione di azioni e reazioni organiche che costituiscono, in modo immediato o lento, fugace o duraturo, un nuovo stato di esistenza (malattia naturale)

-è logico e conseguente che si chiami malattia (malattia artificiale) anche la seconda alterazione, simile alla precedente rispetto a questo nuovo stato di esistenza (malattia naturale) che è originata dal medicamento omeopatico elevato alla categoria di rimedio

- e formata o determinata (malattia artificiale) dalle molteplici reazioni organiche che portano alla salute in virtù della Legge dei Simili.

Anche se, non dobbiamo dimenticare che, tanto l’agente morbigeno naturale, quanto il medicamento, possono esercitare la loro azione solo in virtù dell’attività dell’organismo, della propria vita, senza la quale, tutta l’azione esterna o estranea sarebbe inutile ed inefficace.

[1] N.d.T.

[2] N.d.T.

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